Messaggero Veneto

Giovedì 16 Febbraio 2017

 

Piano casa contro la crisi

In Fvg 300 mila abitazioni vuote. Fabbro: riutilizzarle genera ricchezza

Un piano casa per combattere la crisi economica. È la proposta arrivata ieri nell’ambito del primo degli appuntamenti della seconda giornata di Future Forum. A lanciare l’idea è l’Afe, l'Associazione Friuli Europa, attraverso il suo vice presidente Sandro Fabbro. Un’idea che si basa sull’osservazione dell’esistente: «In Friuli Venezia Giulia ci sono 300 mila edifici costruiti prima degli anni Settanta – ha sottolineato Fabbro –, ipotizzando di riqualificare dal punto di vista energetico anche solo un terzo del patrimonio con un intervento medio di 50 mila euro, si genera un piano da 5 miliardi, di cui uno di spesa pubblica regionale e il resto dai privati». A discutere del tema assieme a Fabbro, dopo i saluti del componente di giunta camerale Graziano Tilatti, anche Alessandro Colautti, componente della IV commissione consiliare regionale; Roberto Muradore, segretario generale della Cisl dell’udinese e della Bassa friulana; Roberto Contessi, capogruppo della sezione “Industrie costruzioni edilizie” di Confindustria Udine, intervistati dal caporedattore vicario del Messaggero Veneto Paolo Mosanghini. Secondo Fabbro, «negli ultimi anni la capacità della regione di produrre ricchezza ha subito un arretramento più forte che in altre regioni: è 15ª in termini di perdita di Pil. Occorrono dunque almeno due misure di investimento, una di breve e una di lungo periodo, per uscire dalla gabbia in cui il territorio è finito».

Stando ai dati del Fondo monetario internazionale relativi al 2015, il Pil del Friuli Venezia Giulia dal 2008 al 2014 ha perso il 14 per cento del suo peso. Restando nell’ambito del Nordest il Fvg è la regione che ha prodotto il ruolino di marcia peggiore, 15ª su 20 a livello nazionale. L’obiettivo del “Piano straordinario regionale anticrisi” (che sarà presentato nei dettagli operativi il 3 marzo dall’Afe) è, prioritariamente, «il forte rilancio dell’occupazione attraverso la rigenerazione del capitale territoriale regionale. Le risorse per finanziare il Piano – ha precisato Fabbro – dovrebbero essere prevalentemente private, attivate da una significativa leva finanziaria pubblica regionale». Un impegno, per il bilancio regionale, di almeno 200 milioni l’anno, per Fabbro «del tutto sostenibile». Inutile pensare di costruire ex novo, secondo il numero due dell’Afe, alla luce dell’enorme patrimonio inutilizzato in Friuli Venezia Giulia. Stando ai dati Istat relativi al 2011, il 3,6 per cento del patrimonio immobiliare era inutilizzato. Parliamo di circa 300 mila case vuote, che potrebbero essere riutilizzate.

Da considerare anche che tra il 2013 e il 2015 gli emigrati iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero passano, in Friuli Venezia Giulia, da 162 mila 203 a 172 mila 88 con una crescita di 9 mila 885 unità che incidono, sui residenti, per il 14,09 per cento dove in Veneto, per esempio, lo stesso indicatore è pari al 6,9 per cento, stando ai dati pubblicati nella Regione in cifre (2016). «Quindi il Friuli Venezia Giulia è oramai uscito dalle medie del Nordest perché è maglia nera di un intero territorio – rimarca Fabbro –. Se leggiamo assieme suolo, insediamenti e popolazione, non possiamo che concludere che, essere tra i perdenti della globalizzazione, si traduce in una forte contrazione del capitale territoriale e che siamo, forse da più di una decina d’anni, dentro una fase di forte deterritorializzazione. Poiché il capitale umano si sta impoverendo più velocemente che nel resto d’Italia e d’Europa e gli insediamenti sono in buona parte sottoutilizzati oppure obsoleti con intere aree che si spopolano».

Dal Piano lanciato dall’Afe, che tenta di rimettere in piedi le sorti economiche di un territorio, passerebbe il doppio beneficio della «messa in sicurezza del patrimonio esistente esposto a rischio sismico», ha sottolineato Fabbro. Ma ci vuole un cambio di passo in tutto il sistema, hanno convenuto tutti i relatori, a partire da una burocrazia che si è avvitata su se stessa, a discapito di cittadini e imprese. E non solo. Secondo Muradore, «per costruire oggi il futuro della regione va compresa la specificità dei singoli territori. E non l’abbiamo ancora fatto. Ma ricette uguali per diseguali sono sbagliate». E se per Contessi dovremmo anche cominciare a guardare a chi fa meglio di noi, come il Trentino Alto Adige, con tutte le differenze del caso, Colautti ha evidenziato come quella regione abbia «messo un filtro nella contribuzione al debito nazionale. Fino al 10 per cento e poi – ha detto con una metafora – lo Stato deve “suonare loro il campanello” e chiedere il permesso. Mentre noi non abbiamo messo una soglia. E questa è una battaglia da fare».

Michela Zanutto

Muradore spiega il consenso del sindacato «Così facciamo crescere anche l’indotto»

Il Piano casa dell’Afe raccoglie il consenso della Cisl. È il segretario generale dell’udinese e della Bassa friulana, Roberto Muradore, a sottolineare che «al momento il prodotto regionale è vocato all’export, ma così non si cresce – ha detto ieri nell’ambito del Future Forum –. Ben venga allora un piano straordinario che, attraverso l’edilizia, darebbe lavoro a tutti i settori correlati, per cui aumenterebbe la domanda interna e di lavoro». Quanto alla Specialità regionale, Muradore evidenzia alcuni casi in cui «si sarebbe potuto fare meglio». Come sul Comparto unico, che «avrebbe dovuto consentire una maggiore mobilità dei lavoratori sebbene a costi leggermente superiori. Ma questo serviva a essere vicini ai bisogni del popolo e di tutti noi – ha ricordato Muradore –. Invece non è accaduto, a fronte degli aumenti salariali ai dipendenti pubblici degli enti locali che hanno continuato a fare esattamente quello che facevano prima. Su questa situazione è intervenuta la riforma degli enti locali, con la creazione delle Uti. E oggi assistiamo al fuggi fuggi dei dipendenti provinciali in Regione che non inseguono il lavoro, ma i soldi. Lasciando così sguarniti i territori».

Colautti punta sulla difesa dell’Autonomia «Adeguiamo Friulia alle nuove necessità»

«Va premuto il piede sull'acceleratore della Specialità», per Alessandro Colautti, consigliere regionale e componente della IV commissione consiliare, riservata a Lavori pubblici, edilizia, trasporti, Protezione civile, tutela dell’ambiente. «Lo Statuto del Friuli Venezia Giulia è storicamente figlio di un dio minore – spiega il consigliere regionale –. È grave la mancata capacita di contrattazione con lo Stato, avvenuta in parte con l’ex giunta di Renzo Tondo. L’esecutivo di Debora Serracchiani ha cambiato il patto, ma anche in questo caso non è stata negoziata la certezza finanziaria, adesso infatti stiamo subendo un attacco sulla sanità perché non è stato fissato alcun filtro. E questa è la battaglia da intraprendere perché in questo momento stiamo vivendo un continuo stillicidio: in cinque anni abbiamo retrocesso un miliardo e 200 milioni per il patto nazionale, ma nonostante questo il debito italiano aumenta. Per di più gli strumenti della Specialità, come la finanziaria Friulia, non si sono adeguati alle nuove necessità di supporto al sistema regione».

Accusa dei costruttori «Manca una strategia per superare il declino»

Il presidente dell’Ance Contessi attacca la gestione politica
«Sugli incentivi ai cittadini lotto da anni con gli uffici regionali»

La crisi del Friuli Venezia Giulia è legata alla «mancata programmazione» per Roberto Contessi, presidente dell’Ance, associazione nazionale costruttori edili di Udine e capogruppo della sezione “Industrie costruzioni edilizie” di Confindustria Udine, intervenuto ieri al Future Forum della Camera di Commercio. E la prima colpevole è la politica.

«Venivamo da un periodo di vacche grasse e non si è saputo affrontare la crisi con i giusti strumenti – ha aggiunto Contessi –. E questo dimostra la pochezza dei nostri amministratori pubblici. Dal 2008 a oggi abbiamo perso più di mille imprese in regione con un impoverimento che è sotto gli occhi di tutti». Si calcola infatti che «un milione di euro investito nelle costruzioni crea 15 posti di lavoro e un ritorno fiscale alla regione del 20 per cento – snocciola i dati il presidente dell’Ance –. Numeri che calati nell’indotto economico generato fanno schizzare l’apporto a 3,1 milioni. Quella sul rinnovamento energetico è una battaglia che conduco da due anni con gli uffici regionali. Perché gli incentivi al singolo cittadino non hanno più senso considerato che non creano il lavoro di cui abbiamo disperatamente bisogno». Ma come fare? «Bisogna investire e superare la quota del 3 per cento fissata dall’Unione europea. E se qualcuno non sarà d’accordo prenderemo le decisioni del caso», ha sentenziato Contessi.

Il cosiddetto Patto di stabilità è stato introdotto con l’accordo di Maastricht del 1992, affinché ciascuno Stato non sforasse determinati parametri economici imposti dall’Ue, nell’intento di non creare eccessivi squilibri fra le economie aderenti e procedere lungo un cammino di finanza pubblica unitario e armonico. Fra questi parametri, c’è anche il 3 per cento cui si riferisce Contessi: secondo questa regola, il deficit pubblico (ovvero l’eccesso delle uscite rispetto alle entrate di uno Stato) non deve superare il 3 per cento del Pil del Paese in questione. Non esiste però alcun tipo di meccanismo sanzionatorio nei confronti degli Stati che non rispettano questo parametro, ma semplicemente vengono loro rivolti diversi ammonimenti a lavorare affinché tornino sotto la quota del 3 per cento; o meglio, esiste una possibilità di sanzione, ma non viene mai nemmeno presa in considerazione, vista la generale ostilità con cui l’Europa è vista persino dagli stessi Stati membri, per di più all’indomani della Brexit e in odore persino di Frexit. Il rispetto di questo valore è pressoché più una questione di immagine e di fiducia generata, al massimo di possibilità di accedere ad alcuni vantaggi riservati ai Paesi virtuosi. Ed è su questo limite opaco che si pone il diktat di Contessi. «In questa fase hanno più potere i funzionari dei politici», continua. A dargli ragione è il consigliere regionale Alessandro Colautti (Ncd): «Abbiamo vissuto lo spartiacque di Tangentopoli, per cui tutti i politici rubavano e quindi era meglio affidare nelle loro mani soltanto la programmazione. Ecco perché oggi è la burocrazia a decidere. Ma è difficile che si assuma responsabilità e oggi le leggi da provvedimenti sono diventate regolamenti con rinvii per così dire “garantisti”».

     
 
 
     
 
 
     
Sandro Fabbro
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Roberto Muradore
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