La Vita Cattolica

Giovedì 09 Febbraio 2012

 

ANCHE L’ECONOMIA DEVE ESSERE INTERPELLATA SUL FUTURO DELL’ENTE.
ALTRIMENTI RISCHIA GROSSO.

Province, motore di sviluppo.

Roberto Muradore della Cisl non era intervenuto al vertice di Palazzo Belgrado.
Lo fa ora, con «la Vita Cattolica». La grande Provincia? Parliamone.

Il dibattito sulle Province non può prescindere dalle considerazioni di carattere economico e sociale. Non può, in altre parole, non porsi l’interrogativo di quale tipo d’istituzione deve funzionare da motore dello sviluppo. Roberto Muradore, segretario della Cisl, dichiara a «la Vita Cattolica» quanto avrebbe voluto dire al vertice di Palazzo Belgrado, lasciato anzitempo «perché si stava allungando oltre misura e senza approdare ad alcuna conclusione che non fosse strumentale».

Come si colloca la Cisl nel dibattito sulle Province?

«Non trovo interessante un approccio semplicistico del tipo: Provincia sì, Provincia no. Non so se le Province resteranno. So, però, che, così com’è, il sistema non è razionale e si perdono tempo e danari a causa delle frammentazioni, dei doppioni e delle intersecazioni di funzione tra i diversi livelli istituzionali. Per gestire le strade della nostra Regione ci sono i Comuni, le Province, Friuli-V.G Strade e l’Anas, le scuole sono per una parte responsabilità dei Comuni e per l’altra delle Province, una qualsiasi associazione può essere finanziata da più soggetti istituzionali. Ecco perché bisogna razionalizzare e efficentare, risparmiando».

Da dove partire per riformare?

«Dal territorio che è il luogo nel quale vivono le persone, bambini, vecchi, occupati, disoccupati, pensionati che siano, fruendo dei servizi scolastici, assistenziali, sanitari, amministrativi e delle infrastrutture. Ogni ipotesi di nuova architettura istituzionale deve partire dal territorio poiché qui si esplica il concreto vissuto quotidiano dei cittadini».

Per cui un solo livello istituzionale?

No. Serve un livello intermedio tra Regione e Comuni in quanto un neocentralismo regionale non migliorerebbe la situazione, anzi. La Regione, come autorevolmente ha più volte spiegato Roberto Dominici del Comitato per l’autonomia e il rilancio del Friuli, non può appesantirsi e burocratizzarsi, ma deve svolgere un ruolo legislativo, di indirizzo e di programmazione. Non è pensabile, inoltre, che i Comuni si rapportino singolarmente e in ordine sparso alla Regione. Soprattutto quelli piccoli. Si impone un momento istituzionale sub regionale che li metta insieme, li raccordi e li coordini in quanto la sussidiarietà non va vissuta "in solitaria"».

Un livello istituzionale di quale natura e dimensione?

«Non sono un esperto in assetti istituzionali. Mi limito, quindi, a dire che deve essere, quello intermedio, un livello al quale dare autorevolezza e i cui confini vanno determinati non in base a interessati criteri politici e amministrativi, bensì facendo riferimento a criteri sociali ed economici. Sono la politica e le amministrazioni a dover essere funzionali e di servizio alle comunità, non il contrario».

Cosa pensa del referendum proposto dal presidente Tondo?

«Quando la politica indice alcuni referendum non so se lo faccia per coinvolgere i cittadini o, invece, per scaricare su questi le proprie responsabilità. La Regione ha competenze primarie circa gli enti locali. Apra una Costituente che pensi il nostro futuro istituzionale e ascolti non solo i "professionisti" della politica, ma anche i rappresentanti della società e dell’economia».

La proposta di riaggregazione delle Province, in particolare tra Udine, Pordenone e Gorizia, come la valuta? Proprio al vertice di palazzo Belgrado l’ha rilanciata, come ipotesi, il rettore Cristiana Compagno.

«Si tratta di un’ipotesi quanto meno da approfondire. Non è saggio che l’approccio di taluni sia semplicisticamente quello di sbottare: noi con Udine, mai! Parliamone, valutiamo ogni aspetto di questa prospettiva, poi con serenità decidiamo».

E cosa dice sulla specialità e autonomia della Regione?

«Autonomia e specialità non si difendono con la testa rivolta al passato, ma proponendone una versione contestualizzata, dando loro contenuti attuali e di prospettiva. Va immaginato un ruolo della nostra Regione che deve diventare, da periferica qual’era, centro della nuova Europa, tenendo certamente conto delle prerogative identitarie, culturali e linguistiche, ma facendole vivere e concretizzandole in una credibile e realistica ipotesi per il futuro».

Roberto Muradore
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