La Vita Cattolica

Mercoledì 15 Marzo 2017

 

Qui si fa il Friuli o si muore

Il titolo di questo editoriale è preso in prestito da Giuseppe Garibaldi («Qui si fa l’Italia o si muore», così espresse la sua determinazione a realizzare l’unità nazionale durante la battaglia di Calatafimi, poco dopo lo sbarco dei Mille in Sicilia), ma esprime bene il «sentiment» dell’importante incontro svoltosi venerdì 10 marzo presso la Fondazione Friuli, con l’intervento del prof. Mario Bertolissi, costituzionalista dell’Università di Padova, uno dei più prestigiosi studiosi del federalismo. All’ordine del giorno c’era la proposta (portata avanti con un referendum regionale propositivo da un comitato guidato dal sindaco di Rivignano-Teor, Mario Anzil) di una riorganizzazione della Regione sulla base di due organismi autonomi, sul modello del Trentino-Alto Adige, espressione del Friuli e di Trieste.

Se non vi avete partecipato di persona a questo appuntamento o ve lo ha raccontato chi c’era, difficile che ne sappiate qualcosa: i principali mass media regionali hanno scelto infatti o la via del silenzio oppure quella del «no se pol», ovvero la risposta standard che i Friulani sono abituati a ricevere quando esprimono le loro sacrosante aspirazioni. Non ci sono i soldi per «fare il Friuli» e non c’è un partito politico autonomista che porta avanti questa istanza, ha detto al convegno Omar Monestier, il direttore del Messaggero Veneto. Ma non era così anche quando i friulani chiedevano a gran voce la loro università e Dc e Pci rispondevano “picche”?

Dalle parole del prof. Bertolissi ho invece percepito un nettissima bocciatura della riforma che ha istituito le Uti e un forte appoggio all’idea di un autogoverno del Friuli, che parte da una premessa fondamentale, che il noto costituzionalista porta nel cuore fin dalla sua infanzia friulana: per i Friulani «fare» significa realizzare davvero qualcosa di concreto e di positivo.

In molti presenti a quell’appuntamento mi hanno invitato a ripetere per iscritto quanto ho affermato a quel convegno sulla riforma istitutiva delle Uti (Unioni territoriali intercomunali) e sul tema del «fare il Friuli».

Un organismo di area vasta, come le Uti, dovrebbe saper fare due cose: ridurre i costi di gestione dei servizi e saper costruire una strategia per lo sviluppo del proprio territorio. Ebbene, come «la Vita Cattolica» afferma con forza fin dal momento in cui Debora Serracchiani ha inserito questo progetto nel suo programma elettorale, le Uti non sono in grado di fare né questo né quello.

Iniziamo dai costi. Per ridurli davvero, bisognerebbe partire, per ogni ente locale, da uno studio che per ciascun servizio identifichi il livello di adeguatezza dimensionale che minimizzi i costi. Un lavoro non da ingegneri istituzionali ma da consulenti aziendali. Naturalmente, ogni servizio avrà una diversa dimensione ottimale: un conto è gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, un altro il servizio di anagrafe. Suddividere il territorio regionale in 18 parti con criteri «politici» ed imporre ai comuni di consorziare tutti i servizi in questo ambito non ha nessun senso economico. Soprattutto se si prevedono costi di struttura per realizzare le Uti (compresa l’assunzione di direttori generali con lauti stipendi). La soluzione più logica a questo problema era imporre ai comuni di consorziare i servizi ma lasciando ad essi la possibilità di farlo a geometrie variabili a seconda della convenienza economica ma anche della storia dei rapporti tra enti vicini. Assurdo è in particolare il caso dei servizi socio-assistenziali, che i comuni gestiscono in modo associato da molti anni, ma che ora devono essere riorganizzati perché i territori delle Uti non coincidono con quelli dei vecchi ambiti socio-assistenziali. Uno sforzo (con relativi costi) di riorganizzazione davvero inutile e senza senso.

La riorganizzazione dei servizi, inoltre, non imponeva di espropriare i comuni delle relative funzioni per affidarle alle Uti. I piccoli municipi potevano essere obbligati a svolgere insieme i servizi ma mantenendone il controllo, specie in ambiti molto delicati (pensiamo ad esempio ai servizi scolastici e socioassistenziali). Oggi invece importanti servizi faranno capo alle Uti, i cui vertici non sono eletti dal popolo e nei cui organismi, col meccanismo del voto ponderale, prevalgono i grandi comuni. Il risultato è che i cittadini di vaste aree periferiche e meno densamente abitate verranno di fatto espropriati del diritto di decidere col proprio voto le linee di fondo della gestione di servizi essenziali.

E veniamo al secondo punto: le strategie per lo sviluppo territoriale. La presidente Serracchiani ha annunciato lo scorso 28 febbraio che verranno firmati dei patti triennali finalizzato all’individuazione delle priorità e delle risorse per sostenere le politiche di sviluppo di area vasta con i vertici delle Uti. Ma che legittimazione hanno questi piani di sviluppo se i vertici delle Uti non sono scelti dal voto popolare? Ciò è tanto più grave perché ormai gli studi economici certificano che una strategia di sviluppo territoriale ha successo solo se prevede un forte coinvolgimento della popolazione, del tessuto imprenditoriale e associativo, come è ormai codificato in alcune procedure che in altri Paesi sono standard quando si devono prendere importanti decisioni per il futuro (pensiamo ad esempio ai processi partecipativi di Agenda 21 oppure al “Débat public” che in Francia precede la realizzazione di ogni infrastruttura).

Insomma, «Fare il Friuli» (e vicino ad esso una istituzione rappresentativa della Venezia Giulia) è un ottimo progetto per porre rimedio ad un disastro annunciato. In un colpo solo, fermo restando l’obbligo di razionalizzazione e di riduzione dei costi, si potrebbe restituire ai comuni (e quindi alla gente) la titolarità e il controllo di importanti servizi pubblici affidando invece le questioni strategiche per il futuro dei popoli friulano e giuliano a nuove istituzioni, leggere e dinamiche, che li rappresentino. E ciò consentirebbe anche di riformare una Regione sempre più elefantiaca, riportandola allo spirito del primo statuto di autonomia speciale: un organismo che esercita il potere legislativo e di indirizzo (fondamentale per la competitività del territorio in un ambiente economico caratterizzato da una competizione sempre più serrata) e gestisce direttamente i pochi servizi che richiedono una dimensione regionale, come la sanità, delegando invece tutti i processi gestionali ai livelli istituzionali inferiori, più vicini ai cittadini.

Non si tratta quindi di ricostituire le vecchie province (come purtroppo qualcuno ancora propone...), ma di creare istituzioni più moderne, reattive e vicine ai cittadini e alle imprese grazie anche all’utilizzo delle nuove tecnologie.

Il terremoto di oggi si chiama crisi economica e occupazionale. Il Friuli può vincere ancora la sfida della ricostruzione se oggi, come nel 1976, avrà in mano gli strumenti per esercitare davvero la propria autonomia e non 17 inutili carrozzoni burocratici chiamati Uti.

Roberto Pensa

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