Messaggero Veneto

Mercoledì 20 Marzo 2013

 

«Rinnoviamo il Patto per l’università»

Il professor Fabbro chiede ai nuovi vertici delle istituzioni un forte impegno per lo sviluppo dell’ateneo friulano

Nel 2008 le istituzioni locali, la Chiesa, le categorie economiche e le associazioni sindacali si impegnarono a sostenere l’ateneo friulano firmando il Patto per l’università. Cinque anni dopo, di fronte al rinnovo dei vertici di Regione, Provincia e Comune, quel Patto va rispolverato. Di seguito riportiamo l’intervento del professor Sandro Fabbro dell’università di Udine

di Sandro Fabbro

Recentemente, in più occasioni, è stato ricordato il “Patto Università-territorio friulano” del 2008. E’ avvenuto all’apertura dell’anno accademico dell’ateneo di Udine quando, sia il rettore Compagno sia il presidente della Provincia Fontanini, lo hanno positivamente richiamato. Ne ha fatto cenno, inoltre, nelle conclusioni del suo recente congresso, anche il segretario della Cisl dell’udinese Muradore.

Perché ha senso riparlarne ora? Perché, come nel 2008, quando quel patto era stato siglato, si andrà, nei prossimi mesi, alla rielezione di tutti i principali rappresentanti delle istituzioni friulane e ciò costituisce una grande occasione di dibattito pubblico sul futuro di queste istituzioni. Cerchiamo di approfondire allora la questione. Quel patto era stato fortemente voluto, in coincidenza con i 30 anni dell’università, dall’onorevole Arnaldo Baracetti (uno dei padri dell’università friulana, recentemente mancato) e dal suo Comitato, per stringere le istituzioni friulane intorno al loro ateneo e rispondere ai minacciosi segnali che provenivano da Roma (prime avvisaglie della tempesta che si sarebbe abbattuta, da lì a poco, sull’università italiana).

Il patto, scritto dopo numerosi incontri e versioni da un gruppo di persone coordinato da chi scrive, fu siglato dal rettore Compagno e da altre 32 istituzioni friulane, con una cerimonia pubblica nella sede della Provincia di Udine, il 27 ottobre. Quel patto, criticato da alcuni per fumosità e scarsa efficacia, servì a creare, intorno all’università, una solidarietà che non si sentiva da anni e a dare all’ateneo e al nuovo rettore la spinta per affrontare le dure prove, prevalentemente finanziarie, dei mesi e anni successivi. Conteneva due indicazioni chiare: rafforzare la “terza missione” dell’università (il trasferimento di conoscenze) per promuovere lo sviluppo e l’internazionalizzazione del Friuli; conservare e difendere l’autonomia dell’ateneo nell’ambito di un rapporto, con il sistema universitario regionale, fatto di cooperazione ma anche di competizione.

Oggi quel patto andrebbe ripensato perché, dal 2008, la situazione è profondamente cambiata. L’università ha dovuto combattere con un bilancio in forte riduzione e i tagli ministeriali (aggiuntisi al cronico sotto-finanziamento) e il mancato turn over si riverberano oggi nella riduzione dell’offerta educativa e nella sofferenza di parti significative della struttura universitaria. Certo non si chiude bottega né si demorde ma le “magnifiche sorti e progressive” che solo fino a pochi anni fa sembravano caratterizzare lo sviluppo dell’ateneo friulano, si sono piuttosto appannate.

E’ esploso inoltre, come il patto aveva previsto, il problema delle alleanze da fare (e con chi). Il rettore, coerentemente con il patto, ha fatto bene a tenere aperte le porte in diverse direzioni ma il rettore è oggi in scadenza e non possiamo nasconderci che c’è chi, fuori ma anche dentro l’ateneo, spinge per integrazioni forti solo con chi è più vicino e ha anche più risorse di noi (le due università di Trieste). Le grandi istituzioni friulane come il Comune e la Provincia di Udine sono più deboli nella loro naturale missione di leader del territorio friulano: Udine, capitale del Friuli, fa fatica a uscire dalla propria radicata autoreferenzialità e a costruire strategie che abbraccino le prospettive di un più ampio territorio. La Provincia è sotto schiaffo per altre ragioni più strutturali e legate al suo debole ruolo politico-amministrativo. Molti cittadini la ritengono un ente inutile ed è difficile convincerli che non è così solo sulla base di ragioni identitarie.

Su tutti incombe poi la Regione, vero convitato di pietra del patto del 2008. Allora, l’assessore regionale Alessia Rosolen non vide di buon occhio il patto perché le sottraeva spazio di manovra, e non lesinò critiche. Il presidente della Regione Tondo, oggi, non nasconde le sue preferenze per forti integrazioni tra le sole università regionali anche se non dovrebbe dimenticare che c’è un accordo tra Fvg, Veneto e Carinzia (destinato in futuro a estendersi ad altri paesi e regioni) che ha valide basi giuridiche (il “Gect”) e che ci permette di cooperare con efficacia, anche con le università venete e carinziane.

Se si devono ricercare alleanze, allora, le si cerchi senza chiusure unilaterali ma secondo disegni strategici capaci di aprire orizzonti nuovi all’internazionalizzazione dell’università e di tutto il Friuli. Questa affermazione ci introduce alla questione di fondo. Ciò che è cambiato davvero, dal 2008, è che il soggetto sofferente è tutto il Friuli e non solo la sua università. Dal 2008 qui si è perso l’8% del Pil! Il tasso di disoccupazione si è raddoppiato. I settori tradizionali dell’economia non reggono più la concorrenza (-20% dell’export) e i giovani hanno molte meno prospettive di lavoro che in passato.

Inoltre, la regione nel suo insieme, è andata peggio della media italiana visto che, negli ultimi 10 anni, il Pil è cresciuto dello 0,5% mentre in Italia del 2,5%. La specialità regionale non è più un motore di sviluppo e neppure uno scudo con cui difendersi: da più di 10 anni è solo uno strumento per coprire una paurosa perdita di competitività del sistema. L’ente Regione, inoltre, avrà un bilancio con meno entrate cosa che la costringerà a fare politiche di forte selezione e concentrazione della spesa mentre il territorio, i comuni, le realtà locali, non avranno più le stesse risorse di un tempo: si dovranno tagliare servizi e ridurre le prestazioni alla popolazione. Il “modello Friuli” è, se non defunto, agonizzante.

Ambedue i soggetti, università e Friuli, si trovano davanti a una situazione molto difficile dove poche sono le possibili vie d’uscita e molte le minacce all’autonomia del sistema per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi 30 anni. Ci vorrebbero scelte drastiche capaci di riavviare un nuovo ciclo di sviluppo. Ma mancano scrupolose analisi della realtà e ammissioni della cruda verità. Ma manca, prima di tutto, il coraggio! Ciascuna istituzione, da sola, lo constatiamo ogni giorno, non riesce a averlo: quanto più aumenta il livello della sfida, tanto più ciascuna di esse si rinchiude su se stessa.

Ci vorrebbero davvero un momento e un luogo in cui istituzioni friulane e università si ritrovassero assieme per dirsi quelle verità che nessuno osa dire singolarmente e cercare una comune via d’uscita, anche se dolorosa, dal tunnel in cui siamo finiti. Rimettendoci tutti assieme a ragionare, un po’ di coraggio e qualche nuova visione, per ricostruire una comune prospettiva per il Friuli e per la sua università, forse potrebbero emergere.

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