Messaggero Veneto

Lunedì 21 Febbraio 2011

 

Dibattito

Ripartire dalla sedia

di Fulvio Mattioni

Qualche giorno fa la Cisl di Udine e la Filca hanno organizzato una tavola rotonda dal titolo “Dalla competizione alla cooperazione ovvero insieme per il Distretto della sedia”. Mi soffermo su di essa perché consente di affrontare anche il tema del rinnovamento del “modello Friuli” dal versante economico, sociale e culturale. In un momento generale di grande incertezza bisogna, infatti, scegliere la strada su cui incamminarsi per essere protagonisti nella globalizzazione anziché solo ignari o ignavi spettatori. Questi ultimi, in particolare, sono coloro che hanno assistito alle difficoltà del “modello Friuli”.

Hanno assistito alle difficoltà di questi ultimi 7-8 anni con compiacimento perché convinti delle virtù miracolose della new economy. Il settore del legno-mobilio della provincia di Udine e, al suo interno, il Distretto della sedia sono due componenti importanti del “modello Friuli” che evidenziano l’urgenza di adeguarlo. Non è da rottamare, non è da evocare retoricamente bensì da innovare nelle sue due componenti deboli che sono il turbo individualismo imprenditoriale e il posizionamento su prodotti e su fasce di mercato riservati a produttori con un costo del lavoro iperbasso. Competere con successo sui mercati globalizzati richiede promozione, commercializzazione, prodotti di qualità, gioco di squadra e capacità di far percepire la qualità del prodotto e l’identità del produttore.

Il settore del legno-mobilio ha bisogno di tutto ciò visto che nel 2000 la provincia di Udine era la prima provincia italiana per valore dell’export con l’11% del totale settoriale italiano e che nel 2009 è scesa al quinto posto con 471 milioni di euro (e quota pari al 6,5%) contro i 990 raggiunti nel 2000. I sorpassi di Treviso (quota al 16,8%), Milano, Pordenone e Como, tuttavia, dimostrano che si può fronteggiare un mercato altamente competitivo e operare con successo in un settore tradizionale dove questo concetto assume una valenza negativa solamente per chi è alieno a teorie e strategie economiche e aziendali. L’export mobiliero della provincia di Udine si dimezza cosicché essa perde sia il primato italiano sia quello interno a favore della provincia di Pordenone. Ovvie conseguenze sono la cessazione di 522 imprese mobiliere (-22,8% di quelle in attività nel 2000), la perdita significativa di risorse imprenditoriali e di lavoratori alle dipendenze, il formarsi di numerosi esuberi e lavoratori sospesi dal lavoro. Il calo, tuttavia, ha preso corpo con gradualità all’interno del periodo 2001-2009: un calo né improvviso né invisibile, dunque. Perché non si è voluto intervenire per correggere i punti deboli di un comparto fondante del “modello Friuli”? Forse perché il modello escludeva, in quegli anni, il settore manifatturiero e quello mobiliero?

E veniamo all’export italiano di sedie che, nel 2009, è tornato su livelli inferiori a quelli di 20 anni fa. Nel nostro Distretto della sedia accade che il fatturato delle 50 imprese più importanti si è dimezzato, scendendo dai 710 milioni di euro del 2001 ai 356 del 2009, interessando sia molte imprese artigiane sia anche i 5 grandi gruppi sediari dell’area. Con ciò dimostrando l’infondatezza dell’idea – fatta propria dalla politica industriale locale del periodo – che la grande impresa è l’unica in grado di fronteggiare la globalizzazione. Serve, dunque, un rilancio che può contare senz’altro su un ingrediente cruciale del “modello Friuli”, vale a dire la caparbietà dell’imprenditoria media, piccola e piccolissima nel voler sostenere la propria attività. Ciò vale anche per il Distretto della sedia. L’analisi dei bilanci aziendali, infatti, dice che le perdite subite dal versante del risultato d’esercizio hanno indebolito, ma non intaccato sensibilmente il patrimonio delle imprese. Ciò perché le compagini imprenditoriali lo hanno sostenuto conferendo, di tasca propria, nuove risorse finanziarie. Non mollare, tuttavia, è condizione necessaria, ma non sufficiente per il rilancio. Serve anche il passaggio da una cultura imprenditoriale del “tutti contro tutti” a una cultura della “collaborazione competitiva”. È possibile e su cosa si fonda quest’ultima? Alla prima domanda rispondo di sì. Alla seconda che deve trarre alimento da due grandi opportunità-risorse che abbiamo da poco tempo e da una speranza che può diventare una terza preziosa risorsa.

La prima risorsa è la nuova cultura imprenditoriale che si sta diffondendo tra i piccoli e piccolissimi imprenditori che pone al centro la necessità di intrattenere un rapporto attivo con il mercato (estero, in particolare), l’innovazione del proprio prodotto e, infine, che considera le aggregazioni tra imprese una strategia percorribile e, anzi, auspicabile. Questo è ciò che dicono le 400 imprese con cui dialoga da oltre 2 anni l’Osservatorio regionale delle imprese manifatturiere del Friuli Venezia Giulia (Miro) gestito dal Centro regionale per la piccola e media industria.

La seconda grande risorsa è il neo-assessorato regionale all’Industria e all’artigianato la cui attivazione dimostra due fatti strategici: il rinnovato interesse della Regione verso il manifatturiero (il cuore pulsante del “modello Friuli”) e un’innovativa attenzione verso le piccole e piccolissime imprese testimoniata dall’inedito binomio industria-artigianato. Avere un interlocutore istituzionale e politico infonde fiducia all’imprenditoria di piccole dimensioni in particolare perché permette di valorizzare i suoi progetti di sviluppo.

La speranza, infine, è che la rete relazionale delle imprese venga potenziata in senso tecnico, vale a dire in termini di servizi da conferire a uno o più progetti di rilancio, azzerando funzioni di tipo politico-istituzionale che non hanno più senso di esistere (con il neo-assessorato) e che hanno lasciato malcontento tra le imprese per la loro natura burocratica e la mancanza di efficienza. Molto apprezzate, invece, strutture di servizio quali il Catas (innovazione di prodotto e processo), la scuola dei maestri del legno (per la qualità dei lavoratori che sforna), l’ente bilaterale dell’artigianato (Ebiart) e i Consorzi garanzia fidi. L’Agenzia di sviluppo del distretto, rinnovata da poco, dovrebbe proporsi come luogo di raccolta delle imprese e dei loro progetti di sviluppo. Se assieme al sindacato delle imprese e dei lavoratori – cui spetta un importante compito di promozione delle iniziative tra i loro associati e nei confronti del territorio – si riuscirà a formare una squadra fortemente orientata al rilancio del Distretto, ecco pronta la terza importante risorsa. Sarebbero presenti, quindi, tutti gli ingredienti necessari per sfornare un bell’esempio di adeguamento vincente del nostro “modello Friuli”. Tutti assieme, come ha invitato a fare l’iniziativa citata, partendo dal Distretto friulano della sedia.

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