FEMCA

Federazione Energia, Moda, Chimica e Affini
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La Vita Cattolica

Giovedì 05 Settembre 2013

 

Crisi&lavoro. Dopo le ferie, sono ancora poche le aziende lanciate verso nuovi orizzonti di sviluppo

Ripresa, pochi i segnali

Un autunno di grave difficoltà. La crisi economica, in particolare industriale, è arrivata col solito ritardo in Friuli-Venezia Giulia e il mondo del lavoro, nonché quello della politica, si apprestano ad interventi molto più pesanti di quelli finora attivati. In questi giorni si parla di prospettive di gravissimi esuberi anche in alcuni dei più grandi gruppi della regione. L'urgenza di politiche attive del lavoro incrocia l'esigenza di un'attenzione quotidiana ai temi della coesione sociale. In questo servizio diamo riscontro ai casi di crisi aziendali più eclatanti.

Ancora troppo poche le aziende friulane che caricano l'orizzonte di luce, anziché di nuvole basse. Fabiano Venuti della Fim Cisl cita la Maddalena di Povoletto, con un centinaio di addetti, la cui capacità è stata quella di internazionalizzarsi, con un export che arriva all'85%, ma anche con commesse importanti in Italia, come la fornitura di contatori per l'acquedotto pugliese. E ancora: la Tecnocam di Pavia di Udine, con una quarantina di dipendenti, la Nvl con una trentina (si tratta, in questo caso, di una multinazionale virtuosa, che in due anni ha investito in uomini e risorse nel settore delle lame, tra le più competitive al mondo).

Se saliamo in montagna, a Tolmezzo troviamo l'Automotive che, gratificata di nuovi ordini nel comparto dei fanali di ultima generazione, ha dovuto ricorrere ad una nuova organizzazione del lavoro, con turni anche al sabato. Però, al rientro dalle ferie, il sindacato si trova ancora a fare il «pronto soccorso» delle imprese in crisi. A cominciare - fa notare Venuti - dagli installatori di impianti che, a causa della crisi dell'edilizia, stanno attraversando periodi bruttissimi, perfino con fallimenti tra le aziende che pur vantavano dai 70 agli 80 posti di lavoro. L'area industriale dell'Aussa Corno, che fino a qualche tempo fa offriva la massima sicurezza, da qualche tempo dimostra precarietà con la Palini&Bertoli (140 i lavoratori a rischio, che il magnate russo Abramovich non garantisce), con la Wem ed altre ditte. Le ultime statistiche prospettano in Friuli-Venezia Giulia altri 4 mila posti di lavoro traballanti. Anzi, 4200. E la cassa integrazione, che veniva data in riduzione a luglio, sta risalendo del 7%.

Si diceva dell'Aussa Corno, che soffre anche di problemi gestionali, per cui si prospetta il commissariamento. La Ottana Polimeri di Nuoro ha presentato manifestazione di interesse al ministero per lo Sviluppo economico per la Artenius di San Giorgio di Nogaro. E un qualche interesse l'avrebbe espresso anche un'azienda locale, per uno dei due siti di San Giorgio della Artenius. L'azienda produce Pet per bottiglie di plastica con una capacità di oltre 150 mila tonnellate l'anno. Incrociando le dita, si possono riscontrare segnali di speranza, dopo lo stop produttivo che rischiava di precarizzare ben 110 posti di lavoro, oltre ai 40 indiretti.

Secondo i sindacati, bisogna far presto per salvare i due siti della Artenius, prima che gli ammortizzatori sociali finiscano (a novembre). La Regione deve intervenire con Friulia per portare e termine gli investimenti per l'abbattimento energetico e per i nuovi impianti a dissociazione molecolare e gassificatori che garantiranno produzioni speciali e rilanceranno la competitività del sito e l'occupazione. Dopo l'incontro dei sindacati con la Regione (l'assessore al Lavoro Panariti), Augusto Salvador, della Cisl, insiste perché siano portati a compimento gli investimenti che consentano di avviare la produzione speciale di 40-50 mila tonnellate annue per mantenere i livelli occupazionali e rendere competitivo il sito. «Rimettiamo in marcia la centrale Edison di Torviscosa che lavora al 50% delle sue potenzialità per dare energia a basso costo», aggiunge Salvador.

L'elenco delle fabbriche col fiato corto è purtroppo lungo. Ecco, ancora, la Mangiarotti di Sedegliano che a Monfalcone ha aperto uno stabilimento davvero sofisticato dedicato alla fornitura di tecnologie per impianti Oil&gas e delle centrali nucleari. A questa azienda non mancano le commesse per centinaia di milioni, ma l'impresa non riesce a dare una svolta alla crisi di liquidità. Ben 400 gli esuberi annunciati. Alla Siat e Pittarc (gruppo Pittini) i posti di lavoro in bilico sono una trentina, 100 alla Oru, alla Cartiera Romanello 140 persone, 70 all'Edilcoop, 95 alla Friulana Bitumi, 60 all'Hypo bank di Tavagnacco.

Ma la crisi non è solo questo. I redditi medi in Friuli si fermano a 22 mila e 600 euro annui. Su un campione di 145 mila contribuenti fra le province di Udine e Pordenone, oltre l'11% incassa meno di 500 euro il mese. In provincia di Udine, nei 12 comuni più importanti, escluso il capoluogo (Cervignano, Cividale, Codroipo, Latisana, Lignano, Manzano, Martignacco, Palmanova, San Daniele, San Giorgio di Nogaro, Tavagnacco e Tolmezzo), la parte più cospicua degli oltre 73 mila contribuenti (29 mila 683, il 40,5%) dichiara redditi tra 10 e 20 mila euro l'anno. Il Comune più povero (fiscalmente parlando) è Lignano con redditi medi pari a 19 mila 879 euro, seguito da Manzano con 20 mila 310.

 
 

Giovedì 05 Settembre 2013

 

Intervista

Muradore: aspettiamoci il peggio

La realtà? «È che siamo ancora immersi in una crisi che è ben lungi dall'essere risolta. Stiamo vivendo un vero e proprio cambiamento epocale che impone ai gruppi dirigenti un di più di responsabilità e di coraggio. Anche nel nostro Friuli. Basti pensare che, anche a causa del calo del prodotto interno lordo, le entrate regionali si sono ridotte di circa il 33%». Così Roberto Muradore, segretario della Cisl dell'Udinese e della Bassa friulana.

La vostra ricetta per uscire dalla crisi? «Abbiamo proposto, inascoltati, di non chiudere l'Agenzia regionale del lavoro, che funzionava bene, e di istituire un "Osservatorio delle imprese" per avere in tempo reale lo stato effettivo delle realtà produttive. In provincia e in regione esistono alcuni fondamentali asset strategici che dobbiamo imparare ad utilizzare bene e fino in fondo per recuperare la competitività del nostro sistema produttivo».

Una politica industriale è quanto evocano in tanti, ma in cosa si concretizza? «In Friuli-V.G. le due Università, le aree di ricerca e i parchi tecnologici fanno sì che ci sia un'alta intensità di ricercatori rispetto alla popolazione a livello mondiale, la più alta in Italia. La politica e le associazioni datoriali facciano incontrare questo mondo con quello delle imprese, anzi, lo facciano entrare nelle aziende affinché innovazione e ricerca non restino solo belle parole. Il compito della politica deve essere "fare di più e meglio con meno risorse"».

Ovviamente a partire da se stessa. Facile a dirsi. Scusi se insisto, che cosa bisognerebbe fare? «Va riordinato in termini di efficacia e minor costo l'apparato amministrativo/burocratico, spostando risorse e competenze dalla Regione ai livelli istituzionali prossimi ai cittadini e alle imprese. Va completato, quindi, il disegno del Comparto unico che, ad oggi, è stato solo un costo. Le partecipate regionali Friulia, Mediocredito, Finest, vanno ritarate e abbisognano di una missione chiara e utile per le nostre imprese. C'è una urgente necessità di credito alle aziende sia per l'attività corrente che per quegli investimenti necessari per recuperare competitività».

Allora ci sono le possibilità per un rilancio della nostra realtà locale? «A patto che i cosiddetti gruppi dirigenti della politica, dell'imprenditoria e dello stesso sindacato esercitino fino in fondo il loro ruolo pensando al bene comune: i primi non pensino solo alla loro rielezione, i secondi la smettano di voler competere comprimendo salario e diritti dei lavoratori e i sindacalisti, i terzi non cedano alle sirene dell'ideologia e al calcolo corporativo. Ci vuole, per l'appunto, il coraggio della responsabilità e la responsabilità del coraggio».

Molti indicano nella piccola dimensione delle imprese un elemento di debolezza delle stesse. Qual è la sua opinione? «Attenzione, davvero attenzione. Siamo passati dall'acritico "piccolo è bello" all'altrettanto superficiale "piccolo è brutto". Molto semplicemente "piccolo è"».

Francesco Dal Mas

 
 

Giovedì 05 Settembre 2013

 

Dall'economista Fulvio Mattioni un'analisi «spietata» ma sincera della crisi in Friuli-V. G. e dei rimedi urgenti.

Autonomia e buon governo

La situazione si tinge sempre più di tinte fosche con riferimento al quadro macroeconomico reale - reddito, investimenti, consumi, occupazione, spesa pubblica -. E allora che succede? Che aumenta la speranza negli altri, ovvero che siano gli altri Paesi a cogliere le opportunità di una ripresa sempre più spostata in avanti nel tempo, illudendoci di poter andare «al traino». È necessario invece che la Regione avvii una rivoluzione nella formazione professionale e nel sostegno al lavoro, specie quello giovanile, e all'impresa.

Nel 2012 i livelli occupazionali sono calati di 4.500 unità, la disoccupazione ha raggiunto le 37 mila unità (erano 28 mila nel 2011), i mobilitati sono stati pari a 17 mila e i lavoratori sospesi (cassa integrazione) altri 14.300.

È necessaria una strategia del lavoro non più incentrata sulle cosiddette politiche passive ma su interventi che irrobustiscano la professionalità dei lavoratori dipendenti ed autonomi, promuovendo l'imprenditorialità.

Oltre la metà dei posti di lavoro persi (il 51,6%, per l'esattezza) dall'economia del Friuli-V.G. nel periodo 2008-2013 è da attribuire al solo settore industriale. Il comparto edilizio ha perso quasi 6.600 addetti.

Nelle attese di Governo, Banca d'Italia, Confindustria e istituti di previsione internazionali, la speranza di inversione ciclica per l'Italia rimanda al rafforzamento della domanda globale (di Cina, India, Stati Uniti, Germania, ecc...) e identifica nell'export la sola possibilità di tale aggancio. La domanda interna, purtroppo, é calante perchè gli investimenti si riducono - le imprese che vogliono scommettere sul futuro non trovano banche propense a fare altrettanto perché impegnate a sanare le proprie posizioni - e i consumi delle pubbliche amministrazioni e della famiglie anche. Un governo instabile che deve fare i conti quotidianamente con la propria instabilità, infine, complica ulteriormente la situazione economica ed occupazionale.

Il Friuli-V.G. rientra appieno in questo quadro economico perché, essendo fortemente internazionalizzato e dipendente dalle esportazioni (manifatturiere), subisce più di altri la crisi che nasce, per l'appunto, come crisi industriale. Perché la crisi manifatturiera - che è assieme crisi di competitività imprenditoriale e del lavoro - è più severa proprio nei confronti delle nostre specializzazioni (il legno/mobilio, gli elettrodomestici, diversi altri segmenti della metalmeccanica) e nei mercati vocazionali (tedesco e francese sopra tutti). Peraltro, un fattore economico di non poco conto risiede nel venir meno degli impulsi espansivi derivanti dal bilancio della Regione Autonoma Friuli-V.G. a motivo della fine delle risorse straordinarie ed, anzi, del calo delle compartecipazioni ordinarie dello Stato dovuto alla crisi finanziaria e al rispetto del pareggio di bilancio.

La lettura della congiuntura e delle previsioni di breve periodo merita senz'altro un approfondimento perché pare dannoso sminuire la gravità della situazione. Come si è fatto, cioè, negli ultimi dieci anni pensando ad opere faraoniche e alla gloria del faraone ma lasciando imprese e lavoratori in solitudine ad affrontare la crisi.

Iniziamo dalla capacità di produrre reddito, evidenziando che nel 2012 l'economia del Friuli-V.G. ha perso il 2,4% trascinata verso il basso soprattutto dal ridimensionamento patito dal settore manifatturiero. Sempre nel 2012 i livelli occupazionali sono calati di 4.500 unità, la disoccupazione ha raggiunto le 37 mila unità (erano 28 mila nel 2011), i mobilitati sono stati pari a 17 mila e i lavoratori sospesi (cassa integrazione) altri 14.300. La struttura produttiva si è ridimensionata di 3.700 imprese nel periodo 2008-2012 e nel secondo trimestre 2013 ne sono cessate ben 722, l'86% delle quali erano imprese industriali. Infine l'export, che è calato dell'8,9% nel 2012 e del 6,8% nel primo trimestre del 2013. Insomma, un anno pesante per l'economia, le imprese, l'occupazione e le famiglie.

E il 2013? Il 2013 finirà per assomigliare molto al 2012 perché è atteso un calo del reddito dell'economia prossimo al 2% dovuto in larga parte alla sofferenza del settore industriale. Si prevede un ulteriore calo delle esportazioni nell'ordine di quello accusato l'anno precedente, evento più che scontato perché conseguente al diminuito utilizzo dei lavoratori licenziati, mobilitati, sospesi. Purtroppo anche il mercato del lavoro regionale sta peggiorando ulteriormente nel 2013. Con riferimento ai livelli occupazionali, infatti, i dati resi noti qualche giorno fa dall'Istat, riferiti al primo semestre 2013, ci dicono che - rispetto all'analogo periodo del 2012 - sono stati persi 7.844 posti di lavoro, il 62,7%, dei quali da parte di lavoratori maschi, prevalentemente utilizzati a tempo pieno e indeterminato. Ben 6.515 dei lavoratori persi, pari all'83,1% del totale dell'economia, erano attivi nell'industria; a loro volta, tre quarti dei lavoratori industriali persi erano impegnati nel segmento manifatturiero ed il quarto rimanente in quello edilizio.

Allargando il profilo temporale e la riflessione, dobbiamo rilevare come i livelli occupazionali acquisiti portano a quantificare in 498 mila unità il loro valore complessivo a fine 2013 con una perdita di 8.826 posti rispetto al 2012 (-1,7%) e ben 23.953 (-4,6%) rispetto ai livelli pre-crisi (anno 2008).

Va rilevato altresì che oltre la metà dei posti di lavoro persi (il 51,6%, per l'esattezza) dall'economia del Friuli V.G. nel periodo 2008-2013 è da attribuire al solo settore industriale. Ad accusare la battuta d'arresto più pesante nel medio periodo è stato certamente il comparto edilizio che nei 6 anni considerati perde quasi 6.600 addetti (-17,1%) seguito da quello manifatturiero che perde 5.765 addetti (-4,2%). Il settore terziario perde 10.139 addetti ma, poiché è molto più ampio di quello industriale, limita il calo percentuale nei sei anni al 3% mentre il settore primario perde 1.445 addetti (-12,1%). Da sottolineare, infine, che un livello occupazionale dell'economia della nostra regione pari a 498 mila lavoratori ci riporta indietro a prima del 2004 a fronte di una popolazione aumentata di oltre 50 mila unità. Oltre al dato quantitativo, vi è un dato qualitativo eclatante da segnalare: il fatto che il 93% dei posti di lavoro persi sono da attribuire alla componente maschile, tradizionalmente connotata da un suo utilizzo a tempo pieno, con contratti di lavoro a tempo indeterminato e da retribuzioni più pesanti.

È un segnale chiaro che si sta intaccando il nocciolo duro dell'occupazione e diminuendo il potere di acquisto delle famiglie mentre nel decennio precedente è stata la componente femminile - caratterizzata, invece, da un orario lavorativo più contenuto, da una maggior flessibilità nel rapporto lavoro/famiglia e da remunerazioni più leggere - a pagare la volubilità del ciclo economico.

L'ultimo aspetto da richiamare - l'ho lasciato da ultimo perché mi pare il più grave e preoccupante anche per le implicazioni sociali future che esso porta con sé - è quello dell'occupazione giovanile. Chi ha pagato lo scotto più grande alla crisi, infatti, sono stati i giovani: soprattutto la componente dei lavoratori giovanissimi (15-24 anni) ma anche la componente dei giovani (25-34 anni). I primi hanno perso ben il 36,2% dei posti di lavoro in essere nel 2008 mentre i secondi ne hanno persi il 21,1%: in totale fanno 36.471 posti di lavoro persi rispetto ai 15.126 dell'intera economia.

Ciò comporta che i lavoratori delle classi di età più mature hanno aumentato la loro presenza nell'economia: i lavoratori con 45 anni ed oltre, infatti, che rappresentavano il 37,1% di tutti i lavoratori dell'economia nel 2008, sono passati a rappresentare il 45% del totale. E non c'è dubbio che la flessione occupazionale del primo semestre del 2013 sia stata pagata ancora dai lavoratori più giovani, ridimensionando ulteriormente la loro presenza! Mantenere al lavoro i giovani ancor prima di offrire loro nuovi posti di lavoro, pertanto, è la vera emergenza del mercato del lavoro anche nella nostra regione. Ma l'emergenza occupazionale dei giovani non ha trovato finora spazio - tantomeno centralità - nella politica del lavoro fin qui realizzata in Friuli-Venezia Giulia.

E passiamo ad analizzare i livelli disoccupazionali. Chiarisco immediatamente la mia posizione perché non vorrei che si pensasse che la situazione in Friuli-V.G. stia migliorando a causa di una lettura superficiale dei recenti dati forniti dall'Istat. Facendo la somma dei primi due trimestri del 2013, calcolando la media degli occupati nel primo semestre del 2013 e confrontandola con quella dell'analogo periodo del 2012, si trova che il tasso di disoccupazione è salito di oltre un punto, passando dal 6,7% del 2012 al 7,8% del 2013. E i dati espressi in valori assoluti ovviamente confermano che i 41.950 disoccupati del primo semestre del 2013 sono, purtroppo, superiori ai 36.437 del primo semestre 2012.

Dal versante di genere si conferma l'incremento della disoccupazione maschile che - essendo cresciuta del 27,9% rispetto al primo semestre 2012 - è passata, nel primo semestre 2013, al 7,3% (era del 5,7% nel 2012) a fronte di un leggero aumento di quella femminile (dall'8% del primo semestre 2012 all'8,4% del 2013).

Mettendo assieme uno stock di disoccupati prossimo alle 42 mila unità con uno stock di lavoratori sospesi dal lavoro superiore alle 15 mila unità e una quantità di mobilitati certamente superiore ai 18 mila, troviamo che vi sono almeno 75 mila lavoratori coinvolti direttamente con la crisi.

Mi pare che non c'è nulla di rassicurante in tutto ciò e che, anzi, bisogna allestire urgentemente sia l'intervento di sostegno alle imprese che scommettono sul futuro (dando credito e sostegno all'internazionalizzazione, innanzitutto) sia una politica del lavoro adeguata a fronteggiare una crisi che per ampiezza, durata e qualità è del tutto diversa da quelle sperimentate dal secondo dopoguerra in poi. Non vorrei, insomma, che si pensasse che bisogna aspettare che riparta l'economia, che non servono politiche del lavoro in assenza di tale ripartenza e che in ogni caso nel medio periodo qualcosa cambierà. Non ripercorriamo, dunque, il pensiero e l'atteggiamento ozioso ed attendista che ha coinvolto la politica e la classe dirigente regionale degli ultimi dieci anni.

Rispetto alla situazione nazionale ipotizzata in apertura, il Friuli-V.G. ha qualcosa di più e di diverso? La mia risposta è si. Ho cercato di tracciare un quadro realistico della situazione, non per sadismo o masochismo, ma perché credo che dobbiamo darci da fare attingendo a due risorse importanti. La prima è la nostra autonomia e la seconda un governo regionale stabile che vuole dare buona prova di sé. Spesso ho criticato l'uso improvvido che è stato fatto nell'ultimo decennio di questa nostra autonomia perché si è mossa con una impronta faraonica e poco sobria, movimenti, entrambi, in contrasto con l'anima friulana. Ma ho anche esortato a darsi da fare, a imprimere una energica inversione di rotta tagliando progetti faraonici e gli sprechi per investire le risorse recuperate per rafforzare la competitività delle nostre imprese e del nostro lavoro.

Mi pare che su quest'ultimo debba essere attrezzata una politica ben più robusta di quella fin qui perseguita - ricordiamoci che siamo l'unica regione priva dell'Agenzia regionale del lavoro e che abbiamo una legge sulla formazione vecchia di oltre 30 anni - e connotata da importanti elementi di novità. Ne accenno alcuni che mi paiono prioritari ed inizio dicendo che al centro della politica del lavoro regionale vi deve essere l'occupabilità del lavoratore. Con questo approccio diventa centrale la formazione continua che deve favorire i lavoratori con qualifiche professionali medio-basse ed il lavoro autonomo, entrambe finora escluse da tale opportunità, e deve diventare obbligatoria per i fruitori di ammortizzatori sociali proprio per recuperare l'occupabilità perduta.

Altrettanto centrale deve diventare la formazione imprenditoriale e la creazione di impresa perché necessarie a contrastare il crollo della natalità imprenditoriale e la sensibile contrazione dello stock di imprese in attività. Bisogna pensare, dunque, a un programma straordinario della durata di 7 anni (fino al 2020) articolato in diverse linee di intervento, quali la trasmissione d'impresa ad altri imprenditori, il passaggio generazionale, la formazione continua degli imprenditori, la creazione di nuove imprese tradizionali ed innovative. Un terzo asse di intervento è quello di avvicinare i giovani all'impresa tramite un programma straordinario di tirocini formativi che coinvolgano scuole superiori, università, imprese ed è necessario rafforzare - attraverso i tirocini per l'inserimento lavorativo - i lavoratori con più scarsa occupabilità tramite un più stretto raccordo tra imprese e servizi per il lavoro. Un quarto asse potrebbe incentrarsi sul lancio di un programma straordinario triennale per lo sviluppo del lavoro part/time, avente come finalità la distribuzione dello scarso lavoro oggi disponibile, di ridurre il livello di disoccupazione e di incrementare la coesione sociale.

Insomma, una politica del lavoro non più incentrata sulle cosiddette politiche passive ma su interventi che irrobustiscano la professionalità dei lavoratori dipendenti ed autonomi, che aumentino la cultura e la creazione di impresa, che distribuiscano il lavoro esistente, che sostengano la coesione sociale. In altri termini che fornisca a tutti i lavoratori opportunità per trovare il proprio posto all'interno di un mercato del lavoro esigente e selettivo.

Fulvio Mattioni - Economista

 
 

Giovedì 05 Settembre 2013

 

Pontebba-Pramollo. La Cisl saluta positivamente l’investimento su Pramollo. «Apprendiamo con enorme soddisfazione il via libera al riconoscimento di pubblica utilità per il progetto di collegamento Pontebba-Pramollo, quindi lo sblocco definitivo per l’avvio di realizzazione dell’opera – interviene Franco Colautti, segretario generale della Cisl Alto Friuli –; da sempre abbiamo sostenuto l’azione determinata dell’amministrazione comunale di Pontebba».

Commissario all’Aussa Corno? «Qualora i soci non lo confermino o non ne nominino uno nuovo, la Regione provvederà a nominare un commissario, come previsto dalla legge». Così la presidente Debora Serracchiani, a conclusione di un vertice in Regione il 2 settembre sul consorzio Aussa Corno.

60 milioni alle imprese. Una nuova tranche di 60 milioni di euro da destinare alle piccole e medie imprese per progetti di investimento è stata messa a disposizione dalla Banca europea (Bei) al gruppo Banca popolare di Cividale che, a sua volta, la metterà a disposizione delle imprese richiedenti. L’accordo è stato siglato tra i vertici del gruppo bancario friulano e i rappresentanti della Bei. Si tratta del rinnovo della significativa collaborazione tra i due enti finanziari iniziata 4 anni fa.

Pilosio a gonfie vele. Pilosio di Feletto Umberto è un’azienda in continuo sviluppo, che si distingue nel panorama nazionale della progettazione, vendita e noleggio di ponteggi e casseforme per l’edilizia. L’hanno constatato la presidente e il vicepresidente della Regione, Debora Serracchiani e Sergio Bolzonello.

Amianto reso innocuo. È la Friulana Costruzioni di Sedegliano la titolare del contratto di esclusiva recentemente sottoscritto con Chemical center di Castello d’Argile (Bo) per lo sviluppo del brevetto che permetterà di eliminare la tossicità delle fibre di amianto. Solo 9 mesi fa l’annuncio di Chemical center di una eccezionale scoperta: amianto e siero di latte, se fatti interagire tra di loro possono essere eliminati e produrre materie prime commercializzabili senza dare alcuno scarto.

Precari nella pubblica amministrazione. Tavoli di confronto stringenti, per affrontare la riorganizzazione della Pubblica amministrazione, mettendo mano a quei nodi – a partire dalla stabilizzazione dei lavoratori precari – che ancora attendono risposte. A chiederlo sono la Cisl e la Cisl Fp regionali.

Augusto Salvador
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Fabiano Venuti
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Fulvio Mattioni
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Roberto Muradore
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