Mercoledì 25 Marzo 2009

 
 

SOS/tenuti dall'EXPORT

 
 

NOTA di ROBERTO MURADORE, SEGRETARIO GENERALE UST CISL dell’UDINESE e BASSA FRIULANA

 
     

SOStenuti dall’Export? Sicuramente si, ma il 5,9% di incremento del valore corrente dell’export del Friuli V.G. del 2008 rispetto all’anno precedente (il +4% della provincia di Udine) non certifica un rinnovato vigore dell’industria. Tutt’altro. La Cisl della provincia di Udine ha commissionato uno studio che ne ha dimostrato, purtroppo, tutta la problematicità.

Prima di illustrare alcuni risultati dello studio, va chiarito che il dato dell’export non può essere interpretato come un segnale della tenuta occupazionale né della capacità delle imprese di vendere con profitto. Esso indica il fatturato realizzato sui mercati esteri per prodotti che possono anche avere aumentato il loro valore semplicemente a seguito dell’aumento del costo delle materie prime o perché, pur essendo stati prodotti fuori regione, vengono venduti dalla capogruppo localizzata nel nostro territorio. Va precisato, inoltre, che lo studio valuta la performance dell’export, a prezzi correnti e a prezzi costanti, sia nel periodo 2000-2008 che nel biennio 2007-2008.

Quali i principali risultati? Il primo dice che, nel triennio 2006-2008, si manifesta una crescita notevole sia dell’export che dell’import e che l’incremento di quest’ultimo è stato più consistente di quello dell’export, con un balzo più elevato nella provincia di Udine (+66,9% nella valutazione a prezzi costanti contro il +49,3% dell’export) rispetto a quello medio regionale (+30,1% contro il +22,9% dell’export).

Il secondo puntualizza che quando l’incremento dell’export viene valutato a prezzi costanti accade che quello del 2008 rispetto al 2007 si riduce ad appena il 2,6% nel caso del dato regionale, allo 0,7% nella provincia di Udine e che addirittura cala del 5,2% in quella di Pordenone. Complessivamente, pertanto, l’export viene “tenuto a galla” dalla solita nave da crociera prodotta nei cantieri di Monfalcone la cui data di fatturazione non rispecchia quella di produzione.

Il terzo deriva dall’aver posto a confronto il valore dell’export realizzato nel 2008 con quello dell’anno 2000 e dall’aver analizzato sia l’evoluzione complessiva sia quella relativa ad alcuni comparti di attività particolarmente rilevanti dell’economia. Sempre a valori costanti, l’incremento dell’export è risultato pari ad oltre 2 miliardi e 450 milioni di euro (+22,9% che si confronta con l’incremento dell’80% del periodo 1993/2000), 1 miliardo e 919 milioni (+49,3%) nella provincia di Udine e a poco meno di 610 milioni (+18,4%) in quella di Pordenone. Alla provincia di Udine, pertanto, è attribuibile poco meno dell’80% dell’export addizionale e a quella di Pordenone la restante parte.

Tutto bene, dunque? Il quarto risultato dello studio, purtroppo, non lascia spazio alcuno ad una risposta positiva o all’autocompiacimento, soprattutto con riferimento alla performance dell’export della provincia di Udine. L’incremento maggiore, oltre 1 miliardo e 141 milioni di euro, proviene, infatti, dal comparto siderurgico ma è dovuto al trasferimento su di esso del forte aumento delle materie prime (ne é riflesso tangibile la moltiplicazione di cinque volte del valore dell’import siderurgico che ha sfiorato il valore di 2 miliardi di euro nel 2008). D’altro canto, anche i 645 milioni di euro addizionali del comparto che produce macchine per impieghi speciali è interamente dovuto alla commercializzazione in loco di impianti prodotti da imprese collegate di un noto gruppo udinese operanti fuori regione. Poco meno di 1,8 miliardi di euro di export sugli 1,9 miliardi complessivi, pertanto, non producono alcun positivo impatto locale né con riferimento ai livelli produttivi né a quelli occupazionali.

Il quinto non migliora granché la situazione perché ai quasi 700 milioni di export aggiuntivi provenienti dall’insieme dei vari comparti di attività del settore manifatturiero si contrappone il pesante ridimensionamento subito dal comparto del mobilio, vale a dire della principale specializzazione manifatturiera udinese. L’export del comparto, infatti, precipita da 1 miliardo e 190 milioni nel 2000 ai 605 milioni del 2008 con un sostanziale dimezzamento (-49,1%, per l’esattezza, a valori costanti).

Il sesto risultato dice che in provincia di Pordenone l’export delle macchine per impieghi speciali ha una crescita di quasi 368 milioni di euro. Il comparto del mobilio è rimasto stazionario (+0,2% nel periodo 2000-2008) e quello dell’elettrodomestico perde oltre 204 milioni di export (-33%).

La conclusione generale che si deve trarre dai risultati menzionati è che l’export non è più il volano di crescita dell’industria del Friuli V.G. che è, in larghissima parte, industria friulana. Ma questa forte crisi iniziata nel 2002, con una pausa nel triennio 2005/2007, dopo essere stata riconosciuta deve soprattutto essere affrontata e contrastata molto caparbiamente, molto friulanamente. Il sindacato della provincia di Udine, infatti, vuole che ciascuno faccia la sua parte. Noi la stiamo già facendo a favore dei lavoratori coinvolti nelle numerose crisi aziendali e la faremo anche a favore delle imprese, sostenendo i piani di risanamento aziendale e quelli di sviluppo. Il sindacato friulano, infatti, vuole che le imprese ed il lavoro ridiventino nuovamente competitivi per essere pronti a cogliere la ripresa. Il sindacato c’è, ma serve anche che le associazioni imprenditoriali facciano la loro parte e così pure la politica. Con particolare riferimento alla politica è necessario uno sforzo straordinario di coesione per mettere a disposizione dei lavoratori e delle imprese uno strumentario di interventi adeguati a fronteggiare la sfida posta dalla crisi dentro un riferimento istituzionale capace di governarlo ed attuarlo.

In sostanza serve:

a) ripristinare l’Assessorato regionale all’industria, la cui soppressione ha prodotto da anni una dannosissima assenza di politica industriale;

b) trasformare Friulia holding in Agenzia di sviluppo industriale;

c) traguardare la legge regionale sull’innovazione alle esigenze dell’industria e rivedere la legge regionale 4/2005 perchè diventi finalmente operativa;

d) allestire una Unità di crisi che affronti in maniera organica e coordinata le tante situazioni di sofferenza e di crisi industriale affrontandole sia dal versante occupazionale che da quello del rilancio delle imprese;

e) sostenere l’internazionalizzazione delle nostre imprese sostenendo progetti di filiera o di distretto che prevedano una stabile presenza commerciale sui mercati esteri;

f) la Provincia, nell’ambito del Comitato Provinciale dell’Economia e del Lavoro, formuli progetti concreti inerenti l’economia reale, in particolare il manifatturiero, e anticipi i trattamenti di Cassa Integrazione Guadagni.

 
Roberto Muradore
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