Messaggero Veneto

Martedì 17 Aprile 2012

 

Safau esempio per uscire dalla crisi.

Politici, imprenditori e sindacalisti: fare “quadrato” come ai tempi di Toros.
Asquini: per salvarci diamo il potere ai 40enni.

Fare quadrato, come ai tempi della vertenza Safau. Ecco l’idea, semplice ed efficace, vista la soluzione positiva di quel difficile snodo di 30 anni fa, da ricopiare pari pari ai giorni nostri per uscire da questa crisi, globale e strutturata, che rischia di mettere in ginocchio il sistema produttivo friulano. E’ la sintesi dei lavori di convegno e tavola rotonda (moderatore il giornalista Alberto Terasso) dal titolo “Safau 1981/2011, dalla crisi dell’acciaio all’acciaio per l’Europa dell’Abs”, svoltosi nella sede di Confindustria. Un pomeriggio che non è stato solo amarcord e orgoglio di appartenenza dei “vecchi” ex lavoratori, giunti in massa a occupare due sale di palazzo Torriani, ma si è rivelato occasione preziosa per fare il punto su come uscire dall’impasse attuale. E a fornire risposte, dare suggerimenti, proporre iniziative, c’erano gli attori principali di allora e i politici e gli imprenditori di oggi. Dopo il saluto del presidente di Confindustria Luci, è stato Bruzio Bisignano, presidente dell’associazione “Amis de Safau” a scaldare la platea di ex colleghi con frammenti ed emozioni di quei sette anni di crisi, dal 1981 al 1988, quando venne avviato il nuovo stabilimento Abs. Bisignano ha ricordato «la straordinaria messa celebrata dall’arcivescovo Battisti per gli operai disoccupati», ha evidenziato i meriti di «grandi personaggi, manager, politici, che seppero fare squadra». E proprio il protagonista di quella vicenda, il senatore e già ministro del Lavoro Mario Toros, che coniò il termine “quadrato”, cioè la necessità di operare uniti, tutti insieme, oggi alla soglia dei 90 anni, in un intervento breve e asciutto ha precisato «che in quegli anni le lotte furono dure, ma bisognava pur trovare una sintesi, un punto d’incontro. Ecco, nel Friuli del 2012, con i problemi che abbiamo davanti, servirebbe proprio il “quadrato”». A mettere sul tavolo della discussione un carico da 11 è stato Franco Asquini, all’epoca commissario straordinario per la Safau. «Questo nostro territorio ha bisogno oggi proprio di un commissario - ha detto - e di dare il potere in mano ai quarantenni, che hanno energia ed esperienze. Quel periodo di grandi difficoltà per la Safau ha molte analogie con l’attualità, ma all’epoca si remava tutti dalla stessa parte. I sindacati miravano alla salvaguardia della fabbrica: non ci fu mai uno sciopero contro le scelte del commissario. Oggi società civile, industriali, politici e sindacati devono fare “quadrato”, per salvare qualcosa di enormemente più importante di un’azienda, il futuro dei giovani». Dopo la testimonianza di Giorgio Rossi, componente del Consiglio di fabbrica Safau e un omaggio floreale alla vedova dello scomparso leader sindacale Claudio Francescatto, si è aperta la tavola rotonda. Primo contributo quello di Roberto Muradore della Cisl. «Anche in situazioni che sembrano senza via d’uscita non dobbiamo mai disperare - ha affermato -. E’ indispensabile salvare il manifatturiero in Friuli. Trent’anni fa c’era più unità tra i politici, nonostante il muro di Berlino. Ma le ideologie differenti non impedivano un’azione comune sui problemi concreti». Il senatore del Pdl Ferruccio Saro ha battuto sullo stesso chiodo: la necessità di fare squadra per salvare l’economia. «Ho un profondo rimpianto per la situazione politica di allora - ha detto -. Ognuno diede il proprio contributo per risolvere i problemi di quella che era considerata l’università dell’acciaio, la Safau. Purtroppo la politica della Seconda repubblica, bipolare ma muscolare, non ha trovato soluzioni. Io credo che sia opportuno dire basta allo scontro per lo scontro e sia indispensabile rimboccarci le maniche, per ricostruire e rilanciare il Friuli. Attualmente non c’è tanto impegno, nè grandi iniziative. Eppure gli strumenti ci sono, serve dialogo tra i politici. Dobbiamo capire che se viene giù l’industria, viene giù tutto il nostro sistema sociale». Infine, dopo gli interventi del dottor Pitzalis sulla salute in fabbrica, del dottor Nanut sul “patto tra produttori” e del direttore qualità Abs Stroppa, è stato l’assessore regionale all’Industria Riccardo Riccardi a tirare le conclusioni. «La necessità del “quadrato” è attuale più che mai - ha osservato -, servono decisioni forti che coinvolgano tutti. Ora dobbiamo concentrarci su quanto si può fare, dobbiamo dire no alle rendite di posizione. Se negli ’80 si andava dietro “al no covente” o al “no se pol”, la Safau sarebbe morta. Finiamola di fare comizi, dobbiamo agire».

L’appello: salviamo il forno Martin-Siemens e la ciminiera

E’ stato Matteo Duria, esperto di archeologia industriale, a rilanciare l’appello che il “Messaggero Veneto” fece a suo tempo: salviamo il forno Martin-Siemens e la caratteristica ciminiera (foto) della vecchia Safau. «Quel forno, che dal 1951 al 1975 ha prodotto oltre un milione di tonnellate d’acciaio - ha spiegato Duria - ha un grande valore perchè è l’unico ancora esistente in Italia, un vero e proprio monumento al lavoro di centinaia e centinaia di tecnici e operai. Quella prima colata di acciaio, del 23 febbraio 1951, rappresenta un pezzo di storia della tecnologia europea. Penso che le istituzioni possano fare qualcosa per evitare l’abbandono del forno e della ciminiera: potrebbero diventare parte di progetti didattici e turistici della città di Udine. In Germania è stata recuperata un’intera acciaieria, si potrebbe seguire quell’esempio».

 

L’orgoglio operaio: noi come una famiglia

I “reduci” raccontano: amici anche fuori dal lavoro. «Il turno più faticoso? Si perdevano due chili»

«La Safau era una famiglia». Così Sergio Gori, operaio dell’acciaieria, parlando della fabbrica in cui ha lavorato per oltre 30 anni, dal 1961 al 1996. Perché ieri, alla tavola rotonda “Safau 1981/2011: dalla crisi dell’acciaio di Udine all’acciaio per l’Europa dell’Abs” erano molti gli ex operai che non hanno voluto mancare l’occasione di poter abbracciare ex colleghi diventati nel tempo amici. Alcuni avevano persino portato con sé le fotografie scattate durante i lunghi e faticosi turni di lavoro per condividere i ricordi anche con chi in quegli anni non era neanche nato. «In fabbrica c’era un grande rapporto umano – ha continuato Gori –: ci si conosceva tutti ed eravamo amici anche quando il turno terminava. L’allora arcivescovo Giuseppe Zaffonato celebrava la messa di Pasqua nel capannone dell’acciaieria e tutti i dipendenti non mancavano mai all’appuntamento». Durante gli anni Settanta la Safau acquistò un nuovo macchinario, «una pala meccanica che, da sola, faceva il lavoro di 75 persone – ha sottolineato Gori –, ma nessuno fu licenziato né finì in cassa integrazione: la Safau bloccò il turn over e impiegò gli operai in altre mansioni».

In quegli anni di espansione «Udine era il centro del commercio dell’acciaio in Europa», ha spiegato Giannino Cantarutti, impiegato dal 1958 al 1993. Sentendo i racconti degli ex operai si fa largo l’idea che fosse un’acciaieria fatta da pionieri: «Il sistema di lavoro era molto diverso – ha assicurato il 75enne Italo Manzocco – sia come ambiente sia dal punto di vista organizzativo. Le norme antinfortunistiche c’erano, ma non erano la priorità».

I turni più massacranti erano quelli al forno Martin-Siemens: «Dovevamo arrivare a 1600 gradi centigradi – ha ricordato Adriano Ameroi, operaio specializzato oggi 76enne – e, durante ogni turno, perdevo due chili, peso che riacquistavo immediatamente dopo una bella cena. Era un lavoro duro, ma siamo stati fortunati perché oggi possiamo godere della pensione. I ragazzi che stanno attraversando l’attuale crisi economica, invece, vedono il futuro più fosco di quanto non facessimo noi alla loro età». Ma anche la Safau, durante gli anni Ottanta, attraversò un momento di crisi, che portò alla realizzazione dell’attuale stabilimento di Cargnacco targato Abs.

«Si trattò però di una crisi di settore determinata dalla sovrapproduzione – ha sottolineato l’allora responsabile della manutenzione, Sergio Abelli – che fu risolta puntando sulla qualità del prodotto e con la riorganizzazione».

Molti capannoni furono chiusi, ma non quello di Cargnacco: «Era un’acciaieria all’avanguardia – ha detto il 77enne Gianfranco Brunetto – io, per esempio, lavoravo in Lombardia, ma si decise di chiudere quell’industria proprio per i problemi di sovrapproduzione. I dirigenti mi chiesero di trasferirmi in Friuli e così feci, fermandomi per la vita».