La Vita Cattolica

Mercoledì 24 Febbraio 2016

 

Riuniti in provincia i firmatari dell'accordo del 2008.
Emergono richieste di maggiore sostegno dell'ateneo al Friuli

Scricchiola il patto tra Università e territorio

Dibattito partito dall'abolizione del Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura, erede della ricostruzione.

Il Friuli «tira per la giacca» l'Università di Udine, chiedendole una maggiore attenzione, in questo momento di crisi, economica, ma anche identitaria del territorio friulano, crisi dovuta anche alle riforme istituzionali (abolizione delle province e istituzione delle Uti) che ne stanno cambiando l'assetto.

È sembrato essere questo il messaggio emerso dall'incontro che, venerdì 19 febbraio, ha visto il presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini, riunire tutti gli attori che nel 2008 avevano firmato il «Patto Università-Territori» - tra essi anche l'Arcidiocesi di Udine, con l'allora Arcivescovo Pietro Brollo come primo firmatario - volto a rafforzare il rapporto tra l'ateneo e quel territorio, appunto, che nel dopo-terremoto lo aveva voluto perché contribuisse «al progresso civile, sociale e alla rinascita economica del Friuli...», come recita la legge sulla ricostruzione che, nel 1977, istituì l'Università. Un Patto che, da quanto è emerso dagli interventi, sembra scricchiolare.

Via il Dica. Ingegneri preoccupati

Il motivo specifico della convocazione dei firmatari è stata la decisione dell'Università di Udine di ridurre da 14 a 9 i Dipartimenti, chiudendone in particolare due - quello di Ingegneria civile ed architettura (Dica) e quello di Tutela dei beni culturali, eredi diretti della ricostruzione post-terremoto e simbolo del legame con il territorio friulano. Il Dica, in particolare, ha messo in evidenza Sandro Fabbro, docente dell'Università di Udine e coordinatore del Patto, «era l'ultimo rimasto ad occuparsi di sicurezza antisismica degli edifici, rischio sismico, qualità architettonica». Sarà assorbito in un più ampio Politecnico, nel quale però, ha messo in evidenza Fabbro, «solo il 20% del totale dei docenti sarà di Ingegneria e Architettura, con tutte le conseguenze sull'allocazione delle risorse e la sopravvivenza di queste aree culturali. La previsione - ha aggiunto Fabbro - è la scomparsa di queste discipline».

Mancava all'incontro il rettore dell'Università di Udine, Alberto Felice De Toni, che, invitato, aveva preannunciato, tramite una lettera, di non poter partecipare, ha precisato Fontanini. «Di fronte all'abolizione dei due Dipartimenti mi sono preoccupato - ha detto il presidente della Provincia, aprendo l'incontro - che una delle caratteristiche dell'Università del Friuli posa venire meno. Nel 40° del terremoto del Friuli, da cui questa Università è nata, abbiamo l'obbligo di capire quale sarà il suo futuro. Per questo la missione fondativa del Patto va rilanciata in rapporto con i territori». Cosa che, ha messo in evidenza Fontanini, la Provincia non potrà più fare dal primo luglio poiché perderà la competenza sull'istruzione, la quale passerà alla Regione «che ritiene che Trieste, sede di un'Università che dagli anni ‘70 non ha avuto buoni rapporti con Udine, debba essere riferimento su tutto».

Uil dura con l'ateneo.

Al di là dello specifico problema della chiusura dei due dipartimenti, da alcuni degli interventi è emerso un problema generale di rapporto tra Università di Udine e territorio friulano. Ferdinando Ceschia, segretario provinciale della Uil è stato molto duro: «Il Friuli è in crisi profonda. Sparita la Provincia, esso è terra di conquista. L'aggressione ai suoi interessi è sotto gli occhi di tutti. L'Università avrebbe dovuto essere l'elemento più alto nella difesa del Friuli, ma è venuta meno a questo compito. Nel frattempo chi ha un'idea di sminuzzamento dell'identità va avanti».

Un forte appello è venuto da Roberto Muradore, segretario provinciale della Cisl: «Il Patto nel 2008 è stato voluto dalla comunità friulana perché l'Università, con il sottofinanziamento, era in difficoltà. Ora ad essere in crisi è il territorio e l'Università deve aiutarlo. Certo, l'ateneo deve avere autonomia, ma un'autonomia dialogante con il territorio, non autosufficiente. Senza Università, o con un'Università disattenta siamo tutti più poveri».

Docenti di friulano, formazione carente.

Silvana Facchin Schiavi, docente all'Università di Udine, intervenuta in rappresentanza del Comitato 482 (nato per l'attuazione della legge di tutela delle lingue minoritarie) si è soffermata invece sul tema della formazione dei docenti in lingua friulana, assai carente. Questo, ha detto, è avvenuto soprattutto, dopo la modifica dello Statuto dell'Università nel 2011, che ha indebolito i riferimenti al sostegno dell'Università al territorio e comportato «la cancellazione di quel po' di discipline formative per gli insegnanti di lingua friulana che la giovane facoltà di Scienze della formazione primaria aveva, lasciando solo la formazione dei docenti di lingua slovena». E il riordino dei dipartimenti ha abolito non solo il Dica, ma anche quello di Italianistica.

Sullo specifico problema dell'abolizione del Dica si è soffermato Stefano Urbano, presidente dell'Ordine degli Ingegneri della Provincia di Udine, affermando di avere avuto segnalazioni preoccupate dei membri sulla nuova organizzazione. «Chiediamo al rettore che non vada perso lo spazio per le scienze del territorio che nel nuovo politecnico sarebbero rappresentate da uno sparuto gruppo di docenti. L'esperienza esemplare della ricostruzione impone che non si disperda un importante patrimonio di conoscenze». Di qui la richiesta della costituzione di un Centro interdipartimentale per il territorio.

Numerosi i politici intervenuti, a partire dal consigliere regionale Riccardo Riccardi, secondo il quale «le materie del Dica sono i caposaldi per la prospettiva strategica di questa regione e afferiscono a quei pochi spazi di competenza primaria della Regione. Se però nelle ultime nomine a 17 vertici apicali della Regione sono state scelte tutte persone provenienti da fuori, vuol dire che c'è un problema o nella capacità della nostra Università di formare la classe dirigente o in chi fa le nomine».

Mario Pittoni, all'epoca della sottoscrizione del Patto senatore, ha ricordato la sua azione legislativa per una maggiore perequazione dei fondi per l'Università, mentre Ferruccio Saro, nel 2008 tra i firmatari del Patto in quanto parlamentare, ha rilevato che «si possono fare razionalizzazioni all'interno dell'Università, fondere dipartimenti, fare accordi per eliminare doppioni, costruire collaborazioni con Università extraregionali, ma tutto ciò può avvenire se l'Università e il territorio hanno forza contrattuale. La perdita di istituzioni rappresentative di aree compatte frammenta e indebolisce il Friuli. Se non scatta uno spirito identitario, quello dei diparrtimenti è solo un inizio. Nella divisione dei doppioni, Trieste o Padova avranno più forza».

Anci soddisfatta.

Secondo Mario Pezzetta, presidente dell'Anci, invece, al di là della questione dei dipartimenti, «in cui è difficile entrare perché riguarda l'organizzazione interna dell'ateneo, in questi ultimi due anni per noi il rapporto con l'Università è stato fondamentale. Penso ad accordi come quello sullo sviluppo smart, o sulla digitalizzazione, ma anche all'intesa sul tema della revisione dello Statuto regionale che come Anci riteniamo vada fatto in maniera partecipata, e con il supporto tecnico anche dell'Università di Udine. In generale all'Università dobbiamo chiedere risposte forti sui contenuti e da quello che sto sperimentando dall'Ateneo le risposte arrivano».

All'incontro sono intervenuti poi il presidente della Fondazione Crup, Lionello D'Agostini, che ha parlato della debolezza generale in questo momento del Friuli, richiamando la necessità di una mobilitazione per il rilancio e sostegno dell'identità friulana; l'onorevole Ivano Strizzolo secondo cui è necessario rigenerare il patto nei contenuti e nei soggetti coinvolti.

Se mancava il rettore De Toni, è però intervenuto, Paolo Petiziol, membro del Consiglio di amministrazione dell'Università, intervenuto a titolo personale, il quale ha difeso la riorganizzazione dei dipartimenti, nata dalla necessità di eliminare gli sprechi (non escludendo una possibile ulteriore riduzione di altri dipartimenti). Da parte sua ha proposto di «rilanciare il Patto Università-Territori tramite un Comitato di sorveglianza affinché esso sia rispettato. È in discussione la nostra autonomia.

Patto da rifondare.

«Nei fatti il Patto Università-Territori non ha funzionato - ha concluso il Vicario generale, mons. Guido Genero, in rappresentanza della Diocesi di Udine -. A questo punto o va rilanciato oppure è meglio chiuderlo e rifondarlo, prevedendo verifiche annuali della sua attuazione».

Roberto Muradore
Roberto Muradore
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Ferdinando Ceschia
Ferdinando Ceschia
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