Messaggero Veneto

Domenica 01 Giugno 2014

 

Se la Regione perde lo spirito dei padri

di Omar Monestier

Nel giro di pochi giorni tre momenti slegati fra loro hanno creato ai miei occhi una suggestione dalla quale non riesco a sottrarmi: il Consiglio regionale ha compiuto 50 anni, la Procura della Repubblica presso il tribunale di Trieste ha chiesto il rinvio a giudizio per 22 fra consiglieri regionali, ex consiglieri e persone a loro vicine per avere speso malamente i soldi destinati all’attività dei gruppi politici, e la Giunta regionale ha presentato il bilancio del primo anno di attività. Tout se tient.

Partiamo dai 50 anni. L’autonomia va celebrata. La Regione è nata con grandi difficoltà, in distonia con i proponimenti dei suoi fautori. Uno su tutti, Tiziano Tessitori, non la voleva così e si rassegnò a quel che venne fuori solo per salvare il suo Friuli dall’abbraccio che egli considerava innaturale e mortifero con il Veneto. Questa autonomia imperfetta va ricordata perché, nel bene e nel male, è stata il principale motore di sviluppo e di crescita soprattutto dal 1976 in avanti. Nella riunione solenne del Consiglio, a inizio settimana, le istituzioni ne hanno rivendicato la bontà e si sono schierate nella difesa dello Statuto. D’accordo. Ma essere diversi non basta se qui si riproducono gli stessi effetti nefasti di altre istituzioni italiane. Ecco perché il collegamento con la richiesta di rinvio a giudizio per 22 persone mi pare pertinente. Se l’anniversario ricorda le basi ormai antiche sulle quali poggia il sistema della nostra organizzazione politica e sociale, la Procura ci rammenta come quel passato sia stato sporcato da un’orda di mangiapane a tradimento che hanno visto nell’autonomia solo uno strumento attraverso il quale conseguire benefici personali e migliorare il proprio tenore di vita. È migliorato anche quello dei cittadini?

No. Gli studi dicono di no. Vi invito a leggerne uno in particolare, il libro di Mattioni-Tellia dal titolo “Cara autonomia”, con il quale si certifica, tramite l’analisi dei dati, una cosa che sappiamo tutti, a pelle, e senza averci studiato su: gli ultimi dieci-quindici anni sono stati i peggiori.

A fronte di un flusso finanziario straordinario non ne abbiamo azzeccata una. I soldi sono finiti in rivoli che poco hanno a che fare con la crescita del territorio e molto c’entrano, invece, con la costruzione di una società immobile, con una pubblica amministrazione abnorme e pagata troppo. I servizi non sono migliorati. Si è preferito il benessere di alcuni gruppi sociali, sempre più tutelati, a sfavore dell’intera comunità. Quest’ultima ha pure avuto delle utilità apparenti, tanta spesa pubblica in opere sovradimensionate e contributi a pioggia per i molti che li hanno chiesti. Si sono rimandate tutte le scelte dolorose (come la sanità), quelle necessarie (gli enti locali) e si sono accantonate quelle strategiche (porti, ferrovie, autostrade). Taccio sull’economia. Ogni impresa si è arrangiata e Friulia è diventata lentamente un salvadanaio, mentre avrebbe dovuto avere il coraggio di dire qualche no e sfilarsi da salvataggi impossibili.

I 50 anni da festeggiare e l’inchiesta da temere sono due facce della stessa medaglia. Scriveva ieri Giulio Mellinato sul Messaggero Veneto e sul Piccolo che dopo il terremoto nacquero una nuova etica di governo e moderne pratiche operative. Quello spirito si è smarrito. La tragedia che annichilì, ma solo per un breve periodo, le nostre comunità è stata un evento eccezionale e non si debbono fare paragoni. Eppure oggi quello spirito andrebbe ricreato perché la specialità si sta via via estinguendo e non per l’esiguità del bilancio. La Regione autonoma muore per altro, per lo smarrimento, mi pare, del rispetto verso l’istituzione, ciò che rappresenta e la non conoscenza delle potenzialità che consente.

Ed ecco l’aggancio al terzo fatto: il bilancio del primo anno di Giunta Serracchiani. In dodici mesi non si cambia un sistema di governo consolidato in decenni. L’abnorme macchina dell’autonomia non si può smontare se non con grandi pazienza e tenacia. La presidente e il suo vice mi sembrano possedere entrambe. Ma li metto in guardia: gli strappi col passato si compiono entro i primi due anni dall’elezione, poi la grande spinta iniziale rallenta. Abbiamo visto molto finora, non abbastanza. Avanzano con troppa lentezza la riorganizzazione della rete ospedaliera e la riforma degli enti locali. Capisco la complessità delle materie e la resistenza del Partito della conservazione. Tuttavia, per onorare i 50 anni del Consiglio e per archiviare la stagione di rimborsopoli bisogna mettere il turbo.

Omar Monestier
Omar Monestier
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