la Repubblica

Mercoledì 18 Luglio 2012

 

Sono gli operai i nuovi poveri”

Non è solo la “solita” fotografia della povertà quella che emerge dagli ultimi dati. C’è un allarme ulteriore accanto al dato noto, e sconfortante, della persistenza, ed accentuazione, del divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno.

Oltre alla maggiore vulnerabilità delle famiglie numerose, e di quelle in cui tutte le persone in età da lavoro sono inoccupate, vi sono segnali di preoccupazione ulteriore come conseguenza del modo selettivo con cui sta colpendo la crisi occupazionale.

Il primo è l’aumento della povertà tra le famiglie con persona di riferimento operaia o comunque a bassa qualifica. Anche quando il lavoro non è stato perso, la riduzione della possibilità di aumentare il reddito facendo straordinari, o la cassa integrazione più o meno temporanea, hanno colpito duramente il reddito degli operai, già dall’inflazione, riducendone la capacità di far fronte ai bisogni di tutta la famiglia. Allo stesso tempo, come segnalano anche i dati sul mercato del lavoro, è diminuito, per lo più in queste stesse famiglie, il numero di percettori di reddito. Molte mogli-madri hanno perso il lavoro o sono costrette involontariamente al lavoro a tempo parziale. E i giovani figli e figlie spesso non riescono neppure ad avere una occupazione. Non ci si può sorprendere che una quota di queste famiglie non ce la faccia più a galleggiare al di sopra della linea di povertà relativa e che qualcuna precipiti anche nella povertà assoluta. La percentuale di famiglie in cui un solo reddito da lavoro deve sostenere (anche) il peso di almeno una persona in cerca di lavoro è infatti raddoppiata dal 2007 al 2011, passando dal 5,5% all’11,5%.

La diminuzione del numero di percettori di reddito in famiglia, in particolare delle moglimadri occupate, spiega anche il secondo fenomeno allarmante: l’aumento delle famiglie in cui la presenza di anche un solo figlio minore fa cadere in povertà. Questo aumento è stato particolarmente vistoso – quasi tre punti percentuali in un solo anno, tra il 2010 e il 2011 – nelle regioni del Centro, anche se in queste stesse regioni rimane ancora al di sotto della media nazionale. La disoccupazione, o inattività più o meno forzata, delle madri causata dalla crisi occupazionale, unita alle crescenti difficoltà che le madri lavoratrici incontrano nel conciliare famiglia e lavoro a causa della riduzione e aumento dei costi di servizi già insufficienti, sta minando alle basi la principale protezione dalla povertà dei bambini, specie nelle famiglie a reddito modesto: appunto, l’occupazione e il reddito da lavoro delle madri.

Di conseguenza, terzo fenomeno allarmante, la povertà minorile, che da anni aveva raggiunto percentuali problematiche, anche se non sufficientemente messe a fuoco nell’agenda politica, è destinata ad aumentare ancora, con conseguenze negative di lungo periodo innanzitutto per i minori coinvolti, ma anche per la società nel suo complesso. Il rischio è infatti di disperdere il capitale umano di una grossa fetta, circa un quarto, delle nuove generazioni, già molto ridotte demograficamente. È tra questi minori poveri, specie tra le ragazze, che si concentrano o si concentreranno in futuro i i Neet, i giovani che non sono né a scuola né al lavoro.

Chiara Saraceno

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