La Vita Cattolica

Giovedì 06 Agosto 2015

 

Su quei fili non passa la democrazia

di Ferdinando Ceschia - Segretario generale Uil di Udine e Provincia

Il Consiglio di Stato ha reso giustizia, dopo tanto buio, alla tenacia dei sindaci e del Comitato per la difesa del Friuli rurale, senza le quali la sentenza non avrebbe mai visto la luce. Ma ha anche messo in evidenza valenze più generali, delicate per la democrazia e per la sopravvivenza stessa della nostra terra. La questione di fondo infatti era e rimane molto semplice: «Chi decide e per chi attorno alle sorti, all'economia, allo sviluppo, al territorio, all'ambiente, ai bisogni di questa comunità?».

Da tempo, in molti ambiti della nostra vita pubblica, si è venuto imponendo un modello centralistico, autoritario, affatto propenso a perdere tempo sui percorsi della partecipazione dal basso.

Arrogante ed avvezzo ormai all'uso della forza, in tutte le sue diverse manifestazioni. Quelle esplicite come quelle nascoste.

Le reazioni infastidite e spesso scomposte di questi giorni, anche nel sindacato, attengono strettamente, se non totalmente, a questo nucleo essenziale. Attengono ad un modello decisionale da «regia corta» che attribuisce a sé il diritto di decidere, solo perché posti al di sopra, quali debbano essere gli interessi del Friuli, anche contro il Friuli stesso, magari contro le leggi, tanto nazionali che europee.

Ho avuto modo di intercettare direttamente la dirompenza di questa impronta autoreferenziale, a partire dal 2012, anno in cui i sindaci coinvolti dal progetto Terna invitarono Cgil, Cisl e Uil friulane, per chiedere loro cosa ne pensassero. Fatta eccezione per la categoria della Fiom, in linea con l'Abs nel richiedere l'esecuzione dell'opera così come progettata, le tre confederazioni sostennero di non essere state mai consultate da alcuno a riguardo e di avere necessità di approfondire quanto i sindaci avevano loro riferito. La Uil provinciale, mio tramite, e la Cisl comprensoriale nella persona del suo segretario, Roberto Muradore, espressero subito la convinzione che l'Abs dovesse saggiamente evitare il rischio di una sovraesposizione impropria e che la difesa binaria di ambiente e di lavoro semplicemente componessero l'insieme di un moderno concetto di sviluppo.

Ci misero invece un po' di tempo per raccogliere informazioni, statistiche, valutazioni e coordinate utili a comprendere a fondo il problema. Diversamente, alla Cgil confederale bastarono due soli giorni per chiarire tutto. Per lei l'opera era vitale così come progettata e bisognava costruirla in fretta, perché il tempo era scaduto. A dir tutta la verità, Lodovico Sonego, ex assessore dell'ex Giunta Illy, aveva anticipato la Cgil, ben s'intenda involontariamente, in modo quasi quasi fastidioso: «Chi non condivide l'elettrodotto è contro il progresso ed appartiene al "partito della disoccupazione"».

Mi sentii di riferire alla stampa la convinzione che la sua posizione risultasse estemporanea, interessata e sospetta. Lui era il padre del contrastato progetto di cementificio nella Bassa Friulana e, per quanto allenato ad appoggiare tutte le ecomostruosità, su quella linea era stato sonoramente sconfitto, anche dai sindacati friulani (quella volta uniti).

Ancor peggio però andò nel mese di luglio 2012, in un incontro tra i sindacati ed il presidente della Regione Renzo Tondo. Il segretario regionale Cgil Franco Belci, aprendo la riunione, precisò quelli che riteneva fossero i rispettivi compiti. «Mettere all'angolo gli ambientalisti» per i sindacati, accelerare l'esecuzione dell'opera per la Regione. Con gli occhi dilatati dalla sorpresa, Muradore ed io prendemmo le distanze da una posizione così lunare, argomentando ragioni che si possono dire sostanzialmente attuali, al punto da poter essere coniugare al presente. Non è vero che il Friuli ha bisogno di altra energia, perché la esporta, perchè i consumi industriali sono in vistosa diminuzione e perchè l'energia prodotta da fonti rinnovabili è positivamente in crescita. Questo specifico progetto di elettrodotto si è affermato in assenza di qualsiasi credibile partecipazione democratica alle scelte. L'impatto ambientale dell'opera è straordinario, e lo fa entrare nel novero delle mostruosità autentiche. Terna non ha neppure provato a prospettare seriamente soluzioni diverse, quali l'interramento, secondo tecniche già attuate altrove, e senza drammi, da Terna stessa (io e Muradore suggerimmo un percorso interrato, poco impattante, lungo l'autostrada). Ed infine la domanda elementare, dopo che Tondo aveva sostenuto di essere andato in Slovenia per «fare business nucleare»: «Non avrete mica intenzione di prendere l'energia dalla centrale di Krško, magari pagandogli il rinnovo di un impianto vecchio e pericoloso, in barba ai pronunciamenti del popolo italiano su quel tipo di energia?».

Sin dall'inizio è apparso chiaro che tanto il fronte critico quanto quello di opposizione all'elettrodotto avrebbero avuto di fronte una espressione autentica del potere (leggasi Terna), in grado di produrre pressioni, forzature, deformazioni interessate e più di qualche bugia.

Strumentalmente, nei giorni scorsi, il «Messaggero Veneto» ha inteso riferire di mio consenso al ruolo di Terna. Ancor peggio all'interno di un articolo che mi accomunava al tentativo di isolare e sconfessare Roberto Muradore, della Cisl udinese. Con Roberto, come con Glauco Pittilino della Cgil, ci siamo battuti nel 2010 per la difesa del Friuli. Centinaia e centinaia di assemblee contro la crisi, contro il rischio di vederne cancellata l'economia produttiva. A loro rendo onore. A quella Cisl ed a quella Cgil rendo onore ancora oggi, perché fummo, insieme, i soli a mettere in piazza, pensando alla gente, il più riuscito sciopero generale degli ultimi decenni. I sindacati regionali di allora pensavano ad altro, e ci manifestarono (alcuni lo fanno anche adesso) la contrarietà che si riserva ai marziani romantici, che non sanno come va il mondo.

I maggiorenti della politica regionale, spiazzati dalla sentenza del Consiglio di Stato, stanno farfugliando singolarità irricevibili. Ma quell'«eccesso di potere e carenza di argomentazioni» pesa, come un macigno. Difesa del Friuli è la battaglia contro questo elettromostro. A costoro il Friuli non interessa granché, i loro traguardi sono altri. Prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà per la nostra comunità, troppo spesso forata da parte a parte, eterodiretta e resa inerme. Tenere alto l'impegno a vigliare sugli abusi, a denunciare i torti, a difendere la nostra comunità, era e resta una priorità, alla quale augurare buona fortuna.

Ferdinando Ceschia
Ferdinando Ceschia
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