Messaggero Veneto

Venerdì 23 Agosto 2013

 

L’INTERVENTO
di Roberto Muradore - Segretario Generale Cisl Udine

Sviluppo e crescita passano anche attraverso i tagli della spesa pubblica

Rigore e crescita non sono in contraddizione solo una buona “politica economica” può tirarci fuori dai guai e non certamente l’una o l’altra ideologia. In economia, infatti, le dispute dottrinali, basate su postulati indimostrabili, peraltro smentiti dalla realtà e dalla storia, sono deleterie.

La stessa discussione relativa al rigore e alla crescita è troppo ideologizzata, quasi dogmatica. Il rigore, infatti, non è di per sé un ostacolo allo sviluppo se evita gli sprechi e le inefficienze, fin troppo presenti nel nostro sistema pubblico e, anzi, lo facilita. Il rigore, però, non può impedire di investire in funzione anticiclica risorse pubbliche, che pure ci sono, in ossequio al patto di stabilità. È assurdo che gli enti locali, pur avendone la possibilità economico-finanziaria, non possano cantierare opere che darebbero ossigeno all’economia e all’occupazione. Il rigore non può essere l’impossibilità a investire su fattori quali le infrastrutture immateriali e materiali che moltiplicano la possibilità di fare economia reale, aumentando la competitività del sistema produttivo. Pure gli investimenti in deficit spending, se sono mirati e utili, portano sviluppo e, nel medio termine, riducono il deficit del debito pubblico.

Lo sviluppo e la crescita, però, non passano certamente attraverso il mantenimento o addirittura l’aumento della spesa improduttiva o tramite una insostenibile campagna di assunzioni nella pubblica amministrazione. È evidente che l’enorme macchina pubblica va ristrutturata, risanata ed efficientata. E il sindacato non deve chiamarsi fuori e non deve avere paura di entrare nel merito delle scelte, anche se difficili. Ciò per evitare che si taglino servizi ai cittadini e nel contempo restino gli sprechi e i privilegi. Il sindacato, invece di difendere l’esistente anche quando non è difendibile, chieda contropartite per la tutela delle fasce deboli, per il mantenimento dello stato sociale (benchè rivisto), per lo sviluppo e per l’occupazione. Le divisioni manichee tra liberismo e statalismo, tra una visione liberale tout court ed una esclusivamente socialista non portano proprio a nulla. I politici, gli imprenditori e i sindacalisti la smettano di innamorarsi acriticamente di astratte teorie economiche e gli economisti li aiutino a decidere bene, riprendendo a fare analisi e non ideologie economiche.

Al nostro Paese, per esempio, necessitano sia una vera e propria liberalizzazione di pezzi di economia corporativamente blindati, sia un maggiore ruolo della politica e dello Stato per creare un contesto favorevole alle attività imprenditoriali. Va tolto il freno illiberale imposto dalle troppe corporazioni, rappresentate certamente dai baracconi parapubblici, ma anche dai vari oligopoli e cartelli, da alcuni ordini professionali, dai farmacisti, dai taxisti e da altri ancora che, rifuggendo dal mercato e dalla competizione, danneggiano la qualità e fanno lievitare i costi dei servizi resi ai cittadini e alle imprese. Sono da rimarcare anche le gravi colpe degli imprenditori che per troppi anni, non hanno capitalizzato le imprese, aumentando i patrimoni personali, non hanno investito sufficientemente nelle aziende quando i tassi di interesse erano bassi e hanno biecamente scaricato sui lavoratori, contenendone i salari e aumentandone la precarietà, la loro incapacità di competere in un mercato sempre più difficile perchè fattosi aperto e globale. Una politica vigliacca e furba che pensa esclusivamente a se stessa e a mantenere quel po’ di consenso che le resta, non fà quelle scelte, anche dure, necessarie per far si che nel nostro Paese siano nuovamente premiati quanti producono beni e servizi e non chi vive di rendita. Da troppi anni l’economia e la produttività sono stagnanti e addirittura in calo anche e soprattutto a causa del fatto che oggi sono favoriti i redditieri e penalizzati i produttori.

Roberto Muradore
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