Tavola Rotonda "Una Friulia per le imprese e il lavoro".

Il Gazzettino

Mercoledì 17 Giugno 2009

 

Al convegno Cisl sul futuro di Friulia emerge anche la richiesta di un unico assessorato "forte " per industria, ricerca e innovazione.

Confindustria Udine, fondi a sostegno delle Pmi.
Luci: risorse a favore delle imprese che ricapitalizzeranno e per processi di aggregazione.

Un assessorato regionale all’Industria che abbia con sé anche la ricerca e l’innovazione e una Friulia, la finanziaria regionale, che torni ad essere per le imprese. Dedita cioè più che a far utile nell’immediato a gettare le premesse perché sia il sistema industriale a produrre ricchezza. Con tre avvertenze: attenzione alle grandi imprese perché generano indotto; rafforzamento delle medie aziende; azioni per favorire l’aggregazione delle piccole imprese, quelle che in termini percentuali contribuiscono maggiormente al reddito.

Sono questi i messaggi forti inviati all’indirizzo della Regione dall’appuntamento promosso ieri dalla Cisl-Ust Udinese e Bassa Friulana a Udine su “Una Friulia per le imprese e il lavoro”, che ha chiamato a confronto il presidente di Confindustria Udine, Adriano Luci, il segretario regionale del sindacato, Giovanni Fania, quello territoriale Roberto Muradore, e i past president di Friulia Vittorio Zanon (1983-1989) e Flavio Pressacco (1994-1998). Non un’agenda all’indirizzo del governo regionale, ha puntualizzato Muradore, ma «un contributo per azioni di ripresa e di attenzione alle diversità territoriali della regione».

Occhi puntati sul manifatturiero, perché se la regione negli ultimi anni ha perso terreno è stata trascinata al ribasso proprio dall’arretramento dello sviluppo industriale: «E allora – ha detto senza mezzi termini Luci –, se riteniamo che il manifatturiero sia importante, occorre avere un assessorato all’Industria. Importanti le domeniche aperte o chiuse per il commercio – ha aggiunto -, ma se si trascura l’industria c’è qualcosa che non quadra».

Un referato che «la Cisl ha già suggerito al suo congresso – ha evidenziato Fania -, perché quello attuale (alle Attività produttive, ndr) è troppo generale e complesso».

Per gli attori in campo, dunque, urge di nuovo una politica industriale e lo strumento operativo Friulia, così come si presenta dopo la sua trasformazione in holding nel 2004, non sta incidendo come dovrebbe. In discussione non sono gli uomini destinati a gestirla, precisa Luci, «ci interessa una Friulia che accompagni le imprese che hanno un futuro. La Regione decida cosa fare con questa finanziaria, non può esserne condizionata». E a riprova che «ognuno deve fare la sua parte» ha anticipato che «Confindustria Udine destinerà risorse proprie a beneficio dei costi per le aziende che ricapitalizzeranno e per processi di aggregazione», qualche centinaio di migliaia di euro.

Supportati dalle esperienze vissute in Friulia, gli interventi di Pressacco e Zanon che hanno concordato nel definire “incauto” il matrimonio tra Friulia e le banche realizzato nell’epoca Illy, «una logica sfortunatamente coerente con i motivi originari di questa crisi, estrarre cioè valore dal futuro». Sì alla collaborazione con le banche, ma non nell’ottica attuale, che impone alla finanziaria regionale «un 20-25% l’anno di Roe. Se l’efficienza è d’obbligo – ha detto Pressacco -, porre parametri di rendimento economico così alti non lascia altra scelta che la speculazione». Anche secondo Zanon, quella di Friulia è una logica «da finanziaria di fondi». Tornare dunque ad un’operatività che generi ricchezza attraverso l’industria, è stato l’input, pur sapendo, ha ricordato Pressacco, che «l’attuale tecnostruttura di Friulia è quella per una finanza astratta».

Occorre dunque «ripensare la Friulia e rimettere al primo posto la politica industriale – ha concluso Fania -, quella che abbiamo messo in cima alla lista delle priorità nel nuovo protocollo di concertazione che a breve presenteremo alla Regione insieme a Confindustria regionale».

Antonella Lanfrit

 
 

L’ECONOMISTA

Mattioni: «Il Pil è rimasto lo stesso di otto anni fa»

Una regione, il Friuli Venezia Giulia, che è giunto all’appuntamento inatteso con la grande crisi al 12. posto tra le regioni italiane per Pil complessivo e al 14. per quello industriale. Di più: quest’ultimo nel quinquennio 2003-2007, dunque su dati certi, è calato dell’1,8%.

Così ieri l’economista Fulvio Mattioni ha inquadrato l’andamento economico regionale aprendo i lavori del convegno promosso dalla Cisl su “Una Friulia per le imprese e il lavoro”. Una condizione, ha sottolineato, che evidenzia come «l’arretramento dell’industria è il vero freno dell’economia, anziché il suo tradizionale volano». Con un Pil regionale che per il 2009 è dato in calo del 3,8%, ha sintetizzato Mattioni, «la crescita complessiva di questi 8 anni è pari a zero».

Indicativa anche l’evoluzione degli investimenti dell’economia regionale dal 2000 al 2009, segno della fiducia che si modella sul reddito degli imprenditori: punte positive nel 2001 (11,2%) e nel 2002 (0,7%), negative nel 2003 (-4,6%) e decisamente peggiori nel 2009, con una previsione finale di un –12,5%. «La scala massima di un vero intervento di rilancio industriale – ha sintetizzato l’economista - tenuto conto dei vincoli Ue, è di 200 milioni annui».

Ma qual è la struttura del manifatturiero regionale? Dai dati forniti, il 48,2% del reddito è prodotto dalla piccola e media impresa, il 27,4% dalla grande e il 24,4% da quella media. Importante il contributo fornito dalle imprese artigiane: oltre un quarto del totale in regione e più di un terzo a Udine.

Antonella Lanfrit

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