Messaggero Veneto

Mercoledì 06 Gennaio 2010

 

Replica alla decisione di ridurre i giorni di degenza: spesso le dimissioni comportano costi e assistenza che non tutti possono affrontare

Tribunale del malato:

«L’ospedale sbaglia. Tagliare i ricoveri danneggia i pazienti»

«Meno si sta in ospedale, meglio è per tutti: questo è pacifico. Ma spesso si assiste a dimissioni improprie o azzardate. E allora, non resta che opporsi». Parola di Flavia Cumini, che dal Tribunale del malato commenta la decisione dell’Azienda unica di tagliare i giorni di ricovero. La previsione è contenuta nel “Piano attuativo ospedaliero 2010” approvato nei giorni scorsi dal direttore generale del “Santa Maria della Misericordia”, Carlo Favaretti: ridurre da 384.389 a 380 mila le giornate di degenza nei reparti dell’ospedale. Una scelta in linea con il trend degli ultimi anni e che punta a sviluppare la continuità assistenziale con il territorio e a potenziare attività ambulatoriale e ricoveri brevi e diurni. Ma che non ha tardato a sollevare la perplessità di chi, ogni giorno, monitora il termometro dello scontento di pazienti e famiglie.

«Il problema delle dimissioni c’è ed è sentito – afferma Cumini –. É evidente che tutti sperano di uscire il prima possibile dall’ospedale, anche perchè più lungo è il ricovero e più alto diventa il rischio di contrarre infezioni e d’intristirsi. Ma prima di programmare tagli di degenze, ormai all’osso, bisognerebbe organizzare al meglio il territorio». Di esempi negativi, se ne sono visti già diversi. «Sappiamo di dimissioni a dir poco azzardate – continua Cumini – e di situazioni francamente improprie, specie in Medicina e Oncologia. Penso a tutti i casi in cui il paziente vive da solo, oppure in famiglie che non sono in grado di assisterli. Certo, ci sono le Rsa e gli hospice: ma i posti non sono sufficienti a far fronte a tutte le richieste e, superati i primi 30 giorni di ospitalità, scatta la diaria. L’assistenza – conclude – dovrebbe essere totalmente gratuita». Da qui, il ricorso sempre più frequente ai cosiddetti “moduli di opposizione”.

«Il paziente – spiega Cumini – può anche opporsi alla dimissione. E la famiglia non è affatto obbligata a farsene carico. Eppure, spesso il personale ospedaliero fa la voce grossa con i parenti che tentano di rinviare la dimissione». Le ragioni dell’Azienda, secondo Cumini, sono fondamentalmente economiche. «Certo – afferma dal Tdm – questo consente risparmi di budget e contenimento delle spese. Costa molto di più mantenere un malato in ospedale che non in Rsa o a casa. Ma per farlo, bisogna garantire strutture alternative sul territorio: magari con tecnologie meno avanzate, ma in numero adeguato alla domanda e in grado di offrire ricoveri lunghi. Non dimentichiamo che la popolazione invecchia e che le malattie croniche necessitano di assistenza continua e specifica».

Della necessità di potenziare il territorio è convinto anche Roberto Muradore, segretario provinciale Cisl. «La gente non va ospedalizzata a tutti i costi – afferma Muradore –, ma seguita e assistita sul territorio. Meglio un sistema puntiforme con tante strutture di accoglienza e degenza, che un unico moloch».

Luana De Francisco

Roberto Muradore
Roberto Muradore
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