La Vita Cattolica

Giovedì 07 Agosto 2014

 

Impazza il dibattito sulla riforma dei comuni. Ma tra molteplici ipotesi una cosa è evidente

Friuli sempre più «sotan»

I nuovi Ato, le aggregazioni dei Comuni, saranno un gestore di servizi o poco più. Speriamo almeno efficiente. Tutto il resto sarà gestito in Regione. Quindi a Trieste. Anche i poteri esercitati fino ad ora dalle Province. A meno che la maggioranza non «apra» alla proposta dell'autonomismo friulano: una Assemblea degli Ato del Friuli con funzioni di indirizzo programmatorio. Un po' sulla stregua del Consiglio delle autonomie locali. Serracchiani in campagna elettorale, su domanda de «la Vita Cattolica», disse di sì.

Riforma delle autonomie locali, si tratta. L'idea delle 16 «provincette» (ufficialmente Ato, Ambiti territoriali ottimali) al posto delle 3 province friulane contenuta nelle «slide» mostrate in qualche incontro dall'assessore Panontin e poi frettolosamente «ritirate», ha raccolto molte critiche e pochi consensi e quindi bisogna correre ai ripari. I timori vanno da un forte appesantimento burocratico per il proliferare di enti, fino all'irrilevanza dei nuovi Ato, troppo piccoli per riuscire a fare qualcosa di significativo che non sia l'ordinaria amministrazione dei servizi comunali associati. Per questo, lunedì 4 agosto, a Udine, si è tenuto un vertice di maggioranza con l'assessore.

Tutto in discussione? La trattativa è aperta. Ma fino a che punto? «Stiamo lavorando su alcuni aspetti di dettaglio per armonizzare meglio gli elementi che sosterranno la nuova architettura degli enti locali in Friuli-Venezia Giulia, fermo restando che l'impianto generale della riforma è largamente condiviso all'interno della maggioranza». Così l'assessore alla Funzione Pubblica, Paolo Panontin, al termine della riunione udinese, ha cercato di ridimensionare al massimo il senso del dibattito in corso rispetto alla «sua» proposta di legge. Ma subito dopo l'assessore sembra contraddirsi: «Il disegno di legge di riforma degli enti locali - ha spiegato Panontin - è il risultato di un lavoro scrupoloso, che però adesso deve trovare un suo più puntuale allineamento - ha ammesso - su alcuni punti specifici, quali ad esempio le norme che riguardano la formazione e la dimensione degli ambiti o l'obbligatorietà o meno delle competenze e delle funzioni da svolgere in forma associata. Anche per dar debito rilievo e spazio di confronto alle sollecitazioni che giungono dai territori - ha concluso - abbiamo concordato di mantenere aperti e approfondire i ragionamenti in corso». Ma il numero degli Ambiti territoriali ottimali, le loro competenze e la obbligatorietà o meno delle funzioni che i comuni dovranno svolgere in forma associata all'interno dei nuovi Ato non sono affatto aspetti «di dettaglio», ma il cuore stesso della riforma. La domanda, quindi, rimane: tutto in discussione o ben poco?

Una regione «austriaca». Emergono alcune indiscrezioni sui contenuti del vertice. Il numero degli Ato dovrebbe diminuire. Non più 17 su tutto il territorio regionale, ma 10 o 12. Ma, attenzione, i nuovi enti diventerebbero una sorta di «matrioska» che all'interno può contenere diverse unioni di comuni. E con ruoli distinti tra i capoluoghi di provincia e i centri satelliti dell'hinterland. Si starebbe delineando perciò un sistema austriaco, con ruoli differenziati per la Stadt (la città capoluogo) e la Gemeinde (i comuni più piccoli sul territorio). Un sistema più complesso e meno lineare, ma che potrebbe spazzare via qualche paura e perplessità. Ad esempio quelle dei comuni dell'hinterland di Udine ad unirsi al capoluogo, di cui diventerebbero una periferia senza voce in capitolo; quella delle vallate di montagna che non vogliono venire fagocitate dai grandi centri di fondovalle (ad esempio Cividale con le Valli del Natisone e Tarcento con le Valli del Torre), quella delle comunità slovene che vogliono un ente espressivo della loro peculiarità culturale. L'adesione ad un Ato sarà obbligatoria sotto i 3 mila abitanti. Sopra i 3 mila si potrà rimanere autonomi, ma si dovrà rinunciare ai trasferimenti regionali di fondi per la parte corrente. Una situazione insostenibile per qualsiasi comune!

Di competenze da attibuire ai nuovi Ato e alle Unioni dei comuni non si è parlato in maggioranza. Un fatto strano, dal momento che la scelta sulle funzioni da gestire dovrebbe indirizzare le forme istituzionali, e non viceversa.

Silenzio assordante, invece, sulla proposta, avanzata dal mondo autonomista, di un'Assemblea degli Ato friulani, per far da contraltare alla frammentazione del Friuli rispetto a Trieste che scaturirà dalla nuova legge.

Meglio un uovo oggi.... Uno sguardo rivelatore sulle prospettive della riforma è giunto sabato 2 agosto dall'interessante convegno organizzato a Codroipo dal Centro iniziative codroipesi di Mario Banelli. Le risposte illuminanti non sono però arrivate dai due esperti (l'economista Fulvio Mattioni e il pianificatore Sandro Fabbro), la cui dotta e competente analisi non è però riuscita ad andare oltre ad una sorta di «Risiko» sulla possibile suddivisione dei territori friulani in Ato, ma dall'intervento «politico» di Vittorino Boem, consigliere regionale del Partito Democratico e presidente della IV commissione consiliare permanente. Boem ha innanzitutto chiarito che la maggioranza vede negli Ato soprattutto un gestore di servizi (quindi di ordinaria amministrazione) piuttosto che di pianificazione di area vasta (cioé il ruolo di motore dello sviluppo territoriale). Questo spiega perché la base della suddivisione territoriale sono i 17 ambiti socio-assistenziali: «Da 7 anni gestiscono 200 milioni di euro l'anno di servizi socio-sanitari ed hanno operato bene, di sicuro non si sono rivelati un disastro».

E la programmazione? Boem, senza neanche tanto parafrasare, ha fatto intendere che gli esperti come Fabbro e Mattioni che si esercitano a trovare le aggregazioni ottimali per la pianificazione sono affetti dalla «sindrome della ministra Fornero»: «Hanno in testa un pensiero strutturato e anche apprezzabile. Però si innamorano di modelli astratti molto belli ma privi di un minimo di esperienza». Stop ai voli pindarici, quindi: il focus della riforma è «passare da una organizzazione iperframmentata a una unitaria dei servizi comunali di prossimità». I comuni che aderiscono a un Ato pensino a organizzare bene in modo unitario il servizio urbanistica, tributi, vigilanza urbana ecc... Tutto il resto, le scelte strategiche per il futuro, verranno fatte altrove. Ma dove se le Province non ci saranno più? Alcune materie, come ad esempio i rifiuti (200 milioni l'anno) o la gestione del ciclo dell'acqua (1 miliardo) è impensabile che siano gestite dai comuni, ancorché associati. Quindi, secondo Boem, continueranno ad avere un ambito di gestione ad hoc a dimensione perlomeno provinciale, se non regionale. Sul turismo, poi, Boem è caustico: «I comuni ne stiano lontano: è finito il tempo in cui Lignano, per paura di perdere tre caffé, "nascondeva" ai suoi ospiti la stagione musicale estiva di Villa Manin».

Accentramento o devoluzione? Il discorso di Boem è molto logico, consequenziale, senza contraddizioni. Ma non è forse un disegno accentratore, senza prospettive di crescita dell'autonomia dei comuni con l'assorbimento delle funzioni della attuali province ma anche di qualche competenza della Regione, che gestisce troppe cose e si dedica poco alla programmazione e alla strategia? Per Boem nella riforma c'è un «contrappeso», una vera rivoluzione «autonomista» nell'assegnazione dei fondi agli enti municipali: «Attualmente solo la spesa corrente è assegnata ai comuni sulla base di parametri oggettivi (popolazione, territorio ecc... Ndr). La spesa per le infrastrutture funziona "a domanda". Noi intendiamo liberare i comuni dal gravoso impegno burocratico di fare un gran numero di domande, assegnando anche questi fondi a ciascuno in modo parametrico. Stimo che da questa decisione possa venire il taglio di almeno 300 posti nell'apparato burocratico». E sicuramente aumenterà la libertà dei comuni, che potranno decidere di impiegare i fondi per le priorità decise «in loco» e non quelle dettate dalle leggi settoriali regionali.

Serracchiani e il Parlamento del Friuli. Il discorso di Boem finisce però per dare molto fiato ad una critica radicale della riforma degli enti locali portata avanti dal mondo autonomista friulano. Se gli Ato sono chiamati ad essere degli ottimi gestori ma dei modesti pianificatori, è chiaro che le funzioni più «alte», anche quelle di raccordo di area vasta già svolte dalle Province, migreranno in un modo o nell'altro verso l'orbita regionale e quindi triestina. Con un Friuli sempre più «sotan» nelle scelte che davvero contano. Diventa quindi importante la proposta avanzata da diverse realtà dell'autonomismo friulano di prevedere, nell'ambito della riforma, una Assemblea degli Ato del Friuli che possa esprimere l'orientamento strategico della comunità friulana sui temi che fino ad ora sono stati sempre decisi sul territorio (rifiuti, gestioni delle reti del gas e dell'acqua) ma anche su quelli che auspicabilmente la Regione dovrebbe «devolvere» verso il basso. In primo luogo la tutela e la valorizzazione della lingua e della cultura friulana. Non si capisce, infatti, perché su questo tema debbano metter parola consiglieri regionali che non sono espressione della comunità friulana.

In campagna elettorale, intervistata da «la Vita Cattolica», Debora Serracchiani alla domanda se l'abolizione delle Province non avrebbe indebolito il Friuli, rispose: «Ci sono varie proposte per l'unità del Friuli. Si è ipotizzato perfino il Parlamento del Friuli, attraverso le assemblee dei sindaci. Può essere una prospettiva nuova - riconobbe Serracchiani -, alla quale affidare alcuni compiti, si pensi allo smaltimento dei rifiuti, alla gestione delle acque. Credo che ci siano spazi per una aggregazione che venga realizzata dagli stessi sindaci. Il sindaco deve assumere una responsabilità anche sull'area vasta per un rafforzamento del Friuli». Ora è il momento di concretizzare le promesse elettorali.

Servizi a cura di Roberto Pensa

 
 

Da Muradore (Cisl) lezione di Dottrina sociale. «La crisi? Manca sussidiarietà»

Perché un grande sindacato come la Cisl si interessa di riforma delle autonomie locali? C'entra in qualche modo con la difesa dei diritti dei lavoratori? Roberto Muradore, segretario per Udine e la Bassa Friulana, pur partendo da posizioni «laiche» lo ha spiegato intervenendo al convegno del Centro iniziative codroipesi con un vero e proprio distillato di Dottrina sociale della Chiesa.

«La crisi economica è dovuta alla mancanza di democrazia», ha sostenuto Muradore, con un chiaro riferimento alle derive di una finanza tanto potente da essere finita fuori dal controllo delle istituzioni. «Invece si risponde alla crisi tagliando i momenti di confronto - ha proseguito Muradore -. Dicono che la colpa è del federalismo, anche se esso non è mai stato realizzato e raggiunto». La risposta alla crisi sta invece nel recupero di un rapporto osmotico tra politica e società. Bisogna cioè applicare un principio caro ai cattolici: la sussidiarietà.

«È un principio organizzativo del potere nella società - ha chiarito il sindacalista -: avvicinare le strutture alle persone, alle comunità e al territorio per capire meglio i problemi. Un principio che deve informare l'economia e la società, ma soprattutto la politica». L'applicazione alla riforma delle Autonomie locali è logica e immediata: «La Regione da sempre si è tenuta tutti i poteri. Non ha dato agli enti locali compiti, personale e risorse per funzioni che essi potevano svolgere con più autonomia, responsabilità e trasparenza. Le riforme sono una grande occasione per cambiare. E per dire, anche nell'interesse dei lavoratori, no ad una Regione che gestisce molto e pensa poco».

 
 

Riccardo Riccardi (Forza Italia). «Stop alla Regione onnivora»

La riforma parta da che cosa vuole fare «da grande» la Regione. Riccardo Riccardi, tra i più autorevoli esponenti di Forza Italia in Friuli, parte dal presupposto che il cambiamento delle autonomie locali «è una delle cose più importanti su cui non bisogna baruffare tra maggioranza e opposizione», ma non rinuncia a dire che nella proposta di Panontin vede molto del «lato oscuro» del Renzismo: «Far vedere di fare...» invece che fare e basta.

I motivi? «La Regione non può lamentarsi a Roma del neocentralismo dello Stato se continua ad essere centralista verso gli enti locali. La Regione deve fare politiche di programmazione e attività di controllo. Invece attualmente l'assessore regionale allo Sport si occupa anche della realizzazione delle coppe per le manifestazioni sportive».Quindi una serie di nuclei problematici: fondere i piccoli comuni o solo federarli in una Unione? Per Riccardi meglio la federazione, in quanto «i piccoli comuni sono gli ultimi baluardi sociali in tante zone della regione». Se la politica turistica deve restare alla Regione per evitare i piccoli campanili, bisogna «chiudere tutte le altre leggi di settore e definire i finanziamenti ai comuni non su domanda ma ripartendoli sulla base di parametri oggettivi». Nel comparto unico, poi, per garantire una effettiva mobilità dei lavoratori (mai realizzata), nei trasferimenti «occorre togliere l'obbligo dell'assenso del lavoratore interessato». Infine, secondo Riccardi, riforma delle autonomie locali e della sanità dovrebbero camminare insieme, anche perché gli ambiti geografici di riferimento siano gli stessi in entrambe le materie. «Assurdo che l'Ospedale di San Daniele venga aggregato a quello di Tolmezzo - ha concluso Riccardi - dopo decenni di collaborazione con il Codroipese».

 
 

Lunedì 04 Agosto 2014

 

La politica esclude i giovani? Fa bene!

Per l’ennesima volta ho partecipato a un dibattito pubblico nel quale emergeva come gli attuali giovani (quelli diciamo fra i 25 e i 35 anni) non saranno protagonisti del Friuli che verrà. E questo non per qualche complotto del sistema. Semplicemente, quando si parla di futuro del territorio, della sua economia, della sua società, i giovani non ci sono, sono altrove.

di Paolo Ermano

Sabato 2 agosto, giornata calda dopo tanta pioggia, il Centro Iniziative Codroipesi ha organizzato un incontro, dal titolo “Un Dipartimento Territoriale Ottimale per il Friuli di Mezzo” per discutere come si possa razionalizzate il territorio regionale per aumentare l’efficacia e l’efficienza dei servizi erogati dagli enti pubblici. Razionalizzare il territorio, significa ri-disegnare la struttura amministrativa, i luoghi d’intervento dell’azione pubblica. Più efficacia e più efficienza significa meno costi e più qualità e/o quantità nei servizi offerti.

La necessità di riorganizzare il territorio in termini amministrativi nasce dal cambiamento economico che stiamo vivendo, nel quale le realtà pubbliche hanno meno risorse e le persone hanno più esigenze. E’ un fatto, questo, ineludibile. C’è ricchezza di povertà, non solo economica, anche in Friuli.

La Giunta e il Consiglio Regionale ha intrapreso con coraggio un percorso che ridefinire l’organizzazione amministrativa del territorio proponendo, inizialmente, di creare 17 aree vaste come aggregazioni di comuni che dovranno condividere risorse e servizi.

La proposta avanzata dalla Regione è stata discussa a Codroipo dai due relatori (Fulvio Mattioni e Sandro Fabbro) e dal numerosissimo pubblico presente cercando di capirne i limiti, le esigenze, le possibilità. Mattioni ha suggerito di ridurre le aree vaste da 17 a 11 con 3 aree metropolitane (Pordenonese, Udinese e Triestina) e 8 aree comunali. Fabbro ha evidenziato il contesto economico e sociale nel quale questa riforma dovrà adattarsi. E così, gli altri interventi, tra cui quello dirompente di Roberto Muradore della CISL, hanno elaborato il tema secondo diverse prospettive.

Nelle due ore dell’incontro presso la Sala Convegni della BCC di Basiliano i presenti (sala gremita, 120 posti a sedere e almeno altre 30 persone in piedi) hanno potuto comprendere cosa potrà essere la nostra Regione; hanno partecipato attivamente alla sua definizione con l’ascolto, il commento, l’analisi; hanno ascoltato la politica, i professionisti e gli amministratori criticando e proponendo. Insomma, tutti insieme abbiamo fatto politica, abbiamo condiviso una visione del mondo in maniera pacata, analitica.

Sabato mattina, giornata di sole, i giovani sono altrove, non certo a Codroipo. Eppure è a Codroipo, in questo caso, che si discuteva una parte del loro futuro. Come altre volte, troppe altre volte, in occasioni del genere, chi dovrebbe più essere interessato al proprio futuro non partecipava al tavolo di discussione per scelta sua, non perché escluso. E non è solo una questione di metodo. Non c’entra il fatto che sulla rete o in altre occasione è più bello parlare: una politica democratica si fa con tutti, anche chi di rete non capisce un’acca, e la piazza, i convegni, gli incontri sono ancora luoghi di tutti, luoghi veramente pubblici.

Perché a Codroipo chiunque poteva entrare, ascoltare e proporre la propria visione. Chiunque, partecipando, si sarebbe accorto del gioco delle parti, del confronto delle visioni, dei limiti o dei vantaggi di questa o quella proposta. Chiunque avrebbe potuto alzare la mano e chiedere conto di certe idee. Molti delle persone in sala hanno partecipato in questo senso, ma nessuno di questi aveva meno di 50 anni.

Un plauso, allora, a chi ancora crede nel dialogo, nel confronto e nella partecipazione e si attiva per dare l’opportunità alla cittadinanza, a tutta la cittadinanza, di esser parte attiva della politica, dei processi decisionali. Un plauso a chi ha sacrificato un po’ della bella giornata per creare legami e visioni comuni per il nostro benessere partendo dall’analisi e dal dialogo.

E agli altri, che si lamentano che non c’è lavoro, che non c’è niente da fare, che nulla cambia, che tutti sono corrotti e ladri, che è meglio il sole di Lignano alla noia dei convegni, speriamo che gli vadano bene le scelte discusse e prese da altri. Se così fosse, almeno ci risparmieremo un po’ degli strali sui social network e nelle discussioni da aperitivo che ogni giorno ci ammorbano e ci sconfortano.

In fondo un aspetto della crisi è anche questo: l’ozioso e limitante piacere di potersi lamentare sempre e comunque. E vai col selfie!

 
 

Domenica 03 Agosto 2014

 

RIFORMA / LA CISL FVG "ROMPE" CON MATTIONI

Unioni comunali, slalom fra principi e istanze locali

Visioni ancora distanti tra territorio e Regione in fatto di riforma degli enti locali: un ennesimo assaggio, dopo che la Giunta ha deciso venerdì di spostare a novembre il voto sulla norma, lo si è avuto ieri a Codroipo, dove su iniziativa del Cic, Centro iniziative codroipesi, in collaborazione con Cisl Udine si sono confrontati la politica - con il presidente della IV commissione consiliare Vittorino Boem del Pd e Riccardo Riccardi capogruppo di Fi in Consiglio -, i tecnici - l'economista Fulvio Mattioni e il professor Sandro Fabbro docente di Urbanistica all'Università di Udine - e il territorio, con il segretario generale Cisl Udine, Roberto Muradore e il pubblico, coordinati da Mario Banelli.

L’alternativa. La bozza di riforma delle Autonomie delineata dalla Giunta per larga parte del tavolo riceve pollice verso. Se il democratico Boem non la boccia, ma evidenzia che la sfida è riuscire a trovare «l'equilibrio tra una definizione territoriale che dal punto di vista organizzativo e gestionale deve garantire i servizi ai cittadini ogni giorno e ogni 5-10 anni deve occuparsi di programmazione», Riccardi punta il faro sui principi guida, evidentemente diversi. «Occorre preventivamente rispondere a tre quesiti - afferma -: che cosa fa la Regione, nel senso di quali funzioni conserva; che cosa pensiamo rispetto alle reti fra Comuni, se cioè debbano essere fusioni, un'ipotesi che boccio perché considero i Comuni l'ultimo baluardo di ammortamento sociale, o aggregati per garantire servizi; riusciamo a togliere il veto che un dipendente del comparto unico può porre alla sua mobilità». Un aspetto, quest'ultimo, che secondo Riccardi determinerà il costo zero o aggiuntivo della riforma.

Le aree vaste. «Pletorici e inutili» i 17 Ambiti individuati dalla bozza di riforma dell'assessore regionale Paolo Panontin, secondo il professor Fabbro, che invita invece a ragionare su «11 aree vaste con un sindaco dell'Unione più forte degli altri colleghi».

Sulle 11 aree conviene Mattioni, che ha presentato un dettagliato studio in materia, elencando gli 8 criteri alla base della loro individuazione: popolazione (abitanti e imprese) ottimale, non meno di 65mila abitanti; riequilibrio territoriale; aggregazione dei Comuni attorno ad uno che fa da «polo di primo livello», aggregazione di aggregazioni già esistenti conseguenza della legge 1/2006; fattibilità immediata della proposta; adesione obbligatoria dei Comuni all'area vasta; 2 aree urbane per gli investimenti strutturali; ogni area vasta deve essere autosufficiente quanto a servizi pubblici. Applicata la formula sul territorio, si configurano Alto Friuli, Medio Friuli, Udinese, Cividalese e Tarcentino, Bassa friulana; Pordenonese, Friuli Occidentale e Liventina; Alto e Basso Isontino; Triestina.

Ma nel tardo pomeriggio la Cisl regionale prende le distanze da Mattioni: «Non ci rappresenta e non ne condividiamo la posizione».

Antonella Lanfrit

 
 

Sabato 02 Agosto 2014

 

Oggi un incontro sui temi dello sviluppo dell’area

“Un dipartimento territoriale ottimale per il Friuli di Mezzo”. Questo il titolo dell'incontro organizzato dal Centro iniziative codroipesi in programma questa mattina alle 10 nella sala convegni Bcc (accesso da piazza Giardini).

Presenti come relatori l'economista Fulvio Mattioni che parlerà del tema “Dalla parte di cittadini e imprese, il senso della riforma Regione- Enti locali del Fvg” e il pianificatore Sandro Fabbro che interverrà su ”Area vasta: una diversa dimensione territoriale per dare un senso a un nuovo ciclo di sviluppo regionale”.

Al dibattito vi saranno i contributi del segretario generale della Cisl di Udine Roberto Muradore, del consigliere regionale di Fi Riccardo Riccardi e del consigliere regionale del Pd Vittorino Boem. L'appuntamento si iscrive all'interno del quadro dei lavori seminarili per andare oltre il piano delle strategie e individuare delle piste di ricerca da percorrere per lo sviluppo del Medio Friuli.

L'obiettivo dell'associazione che ha già organizzato numerosi incontri e tutti i grande interesse è quello di diventare un vero cantiere di idee e ipotesi per preparare lo sviluppo di un'area vasta.

argomenti collegati

21-09-2014

Un dipartimento territoriale ottimale per il Friuli di Mezzo

Un dipartimento territoriale ottimale per il Friuli di Mezzo