Messaggero Veneto

Sabato 22 Novembre 2008

 

Un ritorno all'industria

Di Fulvio Mattioni - Economista

Venerdì scorso la Cisl di Udine ha organizzato una tavola rotonda su “Manifatturiero, economia reale del Friuli” a cui ha partecipato il Gotha economico regionale – come anticipato dal Messaggero Veneto –, ma le cui analisi e proposte non hanno trovato eco mediatica. Cerco, pertanto, di riassumere entrambi gli aspetti.

L’analisi della situazione ha beneficiato dei dati recentissimi prodotti dall’Istat, dalla Commissione europea, dal Fondo monetario mondiale e, per le previsioni regionali 2008-2009, da Unioncamere. Cosa dicono tutti questi dati? Dicono che:

1. il mondo è pieno di opportunità... per chi è in grado di coglierle (la crescita globale del reddito è stata del 23,1% negli ultimi 5 anni);

2. c’è chi ha corso a velocità più sostenuta (Cina: +54%; India: +43%; paesi ex-Urss: +39,6%; paesi Europa centro-orientale: +30,2%);

3. c’è chi ha fatto fatica (Usa: +13,8%; Giappone: +10,5%; area dell’euro: +9,9%);

4. c’è chi arranca (Italia: +5,4% penultimo dei 27 paesi della Ue);

5. e c’è chi (il nostro Friuli V.G. purtroppo: +4,7%) si fa battere dall’Italia e dal Portogallo. Piazzandosi al 12º posto nella graduatoria regionale italiana, ultima delle regioni del Centro-Nord.

Il risultato finale ottenuto dal paziente ottimismo di coloro che hanno aspettato la ripresa per anni è tutto qua! I dati ufficiali indicano, inoltre, una prospettiva poco rassicurante per il Friuli V.G.: meno 0,1% il reddito dell’economia per il 2008 e crescita zero nel 2009 a motivo del calo dei consumi e della debolezza dell’export e degli investimenti.

Quale la causa di tanta pochezza? Il declino industriale cui siamo andati incontro in questi anni sia a livello nazionale che regionale. L’Italia con una produzione industriale di segno opposto a quella di Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna e, più in generale, dell’area dell’euro. Il Friuli V.G. con un reddito industriale in calo che lo colloca 14º nella specifica graduatoria regionale.

Quale l’eredità dell’ultimo quinquennio per il nostro Friuli V.G.? Valutatela voi. La quantità di lavoro complessivamente utilizzato dall’economia cresce dell’1,5% (15º posto a livello regionale) a fronte del 3,2% italiano; la quantità di lavoro industriale addirittura cala (del 2,2%) relegandoci al 19º posto della classifica regionale; vi sono oltre 10 mila lavoratori in esubero come conseguenza di un centinaio di crisi industriali rilevanti; sono state perse 739 imprese manifatturiere (905 se il confronto è fatto con il 2001 anziché con il 2003); sono state individuate 7 aree di crisi manifatturiera da parte dell’amministrazione regionale; gli investimenti del settore sono calati del 26,7% (oltre 450 milioni, a valori costanti); attualmente vi sono almeno un centinaio di imprese manifatturiere in uno stato di malessere più o meno profondo.

Perché tutto ciò? Per l’intensificarsi della concorrenza globale, certo, ma ciò vale anche per le altre regioni e Paesi. E allora? Allora c’è stata, a livello locale, una “rottamazione politica” del manifatturiero, forse perché concentrato nelle province di Udine e Pordenone (da qui il titolo della citata tavola rotonda). Ciò ha portato a una sua sottovalutazione culturale (è stato giudicato obsoleto, incapace di trasformazione e innovazione), sociale (meglio i manager, anche se in affitto, piuttosto che gli imprenditori), professionale (i nostri lavoratori abbandonati sui segmenti bassi del mercato e su livelli di remunerazione conseguenti) e, infine, economica (i nostri imprenditori hanno affrontato “in solitaria” sia il mercato che le banche, queste ultime per finanziare gli investimenti).

La profonda sottovalutazione del suo ruolo trainante ha avuto un riflesso marcato nella politica di intervento (e di non intervento) nei suoi confronti. Ovvero:

a) Friulia spa ha abbandonato il suo ruolo di finanziaria di sviluppo per diventare una holding (pubblica) che gestisce partecipazioni (pubbliche) in società terziarie (pubbliche) per niente strategiche;

b) è mancato un intervento che anticipa e fronteggia le crisi industriali rilevanti;

c) è venuto meno il sostegno all’investimento manifatturiero (provocandone il calo drastico);

d) è venuto meno il sostegno dell’innovazione manifatturiera (le poche risorse disponibili sono state divise con società terziarie e laboratori di ricerca avulsi dal settore regionale;

e) la politica dei distretti industriali ha dato vita ad agenzie burocratiche (le Asdi) difficili financo da costituire giuridicamente;

f) il sostegno all’avvio di nuove imprese e i passaggi generazionali delle stesse non sono divenuti una politica ordinaria di intervento;

g) è mancata una strategia di internazionalizzazione e di promozione all’estero del settore.

Abbandonare questa fallimentare politica di rottamazione è necessaria premessa per il rilancio economico ed industriale del Friuli V.G., ma non basta. Bisogna allestire – sia da parte della maggioranza che dell’opposizione politica – un ritorno all’industria fatto di competitività e internazionalizzazione. I perni su sui incardinare il ritorno potrebbero essere:

1º) fare di Friulia spa una Agenzia di sviluppo industriale che realizza il consolidamento finanziario delle principali imprese regionali di tipo familiare; che promuove servizi e progetti nel campo della ricerca industriale, del trasferimento tecnologico e dell’innovazione; che gestisce un Piano per l’internazionalizzazione delle imprese manifatturiere coinvolgendo la finanza privata; che gestisce un intervento per attirare iniziative imprenditoriali ad alto contenuto tecnologico e professionale;

2º) far entrare a regime l’Osservatorio regionale sulle imprese manifatturiere e costituire una Task Force che individua nel dettaglio le imprese a rischio e che attiva gli strumenti e i servizi di fronteggiamento;

3º) riqualificare la politica dei Distretti industriali prevedendo strutture di gestione snelle, la figura del Manager di Distretto e lo strumento del Piano di sviluppo del Distretto;

4º) qualificare la legge sull’innovazione traguardandola alle sole imprese manifatturiere e finalizzandola alla re/industrializzazione del sistema esistente, all’innovazione di prodotto e al contenimento dei costi di produzione, all’acquisizione di servizi terziari e consulenziali da parte delle Pmi;

5º) predisporre un intervento legislativo che sostenga l’avvio di nuove attività imprenditoriali garantendo anche i migliaia di passaggi generazionali a rischio;

6º) predisporre un Piano per la promozione all’estero delle imprese manifatturiere al fine di renderle visibili e favorirne una stabile presenza commerciale.

Un ritorno all’industria per rilanciare reddito, investimenti e occupazione: questo serve per rilanciare l’intera economia. Perché i nostri concittadini non si sono certo dimenticati di consumare, ma hanno, invece, bisogno di più lavoro e quattrini per farlo e le imprese hanno bisogno di promozione e credito. Insomma, il toro – la stagnazione che abbiamo di fronte – va affrontato prendendolo per le corna, non per la coda.

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